Se è vero che il nome determina, riconosce la persona, la sua identità, può diventare anche la ragnatela che la imprigiona? E può farlo al punto tale che, se non ci si specchia, può rifiutarlo fino a chiudersi in un mutismo (quasi) assoluto? Ed è questa una protesta? Una rivalsa? Una punizione che comunque poi ricade su chi decide di usare solo parole scritte per comunicare o tornare a parlare soltanto con il gatto, amico che sembra capire le ambasce e non è dotato di parola, quindi entra in comunione col soggetto muto con ben altri linguaggi?
Ma come il bruco per diventare farfalla deve cambiare aspetto, così un nome si evolve, se non lo si considera unica espressione di sé, e può anche essere rinnegato al punto tale da sceglierne, una volta dispiegate le ali della libertà, un altro il cui significato ben si adatta al nuovo “abito” e anche lessicamente ne è simbolo, dichiarazione aperta di una scelta di vita completamente nuova, diversa da quella legata al nome non più riconosciuto come identitario del proprio io.
E anche il nome del gatto sarà cambiato perché, compagno di vita e unico interlocutore che conosce la sua voce, vivrà con lei – protagonista del romanzo – le sue stesse emozioni, i suoi cambiamenti, la sua crescita.
Se dunque il proprio nome è ciò che rende viva e visibile una persona, se non ci si riconosce perché strane coincidenze della vita lo cambiano, allora non si è nessuno e bisogna darsi da soli un’identità e quindi un nome e questa volta sarà lei, la protagonista, a darselo. Cambierà così anche il percorso della propria esistenza in cui sarà padrona di se stessa; si dedicherà alla scrittura, suo vero, principale desiderio fin da bambina. Si chiuderà così il cerchio di una vita – cerchi come quelli lasciati sul quaderno “per imparare a scrivere” – che potrà, finalmente, prendere una strada autonoma e in cui rispecchiarsi e accettarsi anche con quella ciocca ribelle, tenuta a bada da un fermaglio che è il filo conduttore di una radice che non si può e non si dovrebbe estirpare. In fin dei conti, la scelta di libertà, di quasi povertà, di vivere la strada come cittadini del mondo senza particolari legami, altro non è che un ritorno – inconsapevole – alle origini.
Anche altri personaggi arricchiscono il romanzo in cui viene pure raccontata l’indispensabile figura di chi viaggia accanto ai principali protagonisti che mirano a sottolineare alcuni principi e valori morali, quali la solidarietà, l’amicizia, la responsabilità e anche – come voci quasi fuori dal coro – la capacità umana di comprendere in sé ambiguità ben celate e comunque facenti parte del proprio personale lato che definiremmo oscuro.
Il volume “La ciocca ribelle” di Croce Alù è stato presentato Venerdì 12 Giugno, presso la fumetteria Komik di Palermo. Hanno conversato con l’autrice Croce Alù, moderate dal prof. Salvatore La Rosa, Presidente di AIDU, Lea Di Salvo, già docente e saggista e Marilena La Rosa, docente e scrittrice. Non è mancato l’intervento dell’editore, nonché presidente dell’associazione Prima Vera Edizioni, ing. Gaetano Alù. Illuminanti gli interventi delle due relatrici che hanno appassionato il pubblico presente.
Teresa Di Fresco
