Si chiamava Gian Giacomo Ciaccio Montalto ed è stato ucciso dal potere politico-mafioso il 25 gennaio 1983

Le sue ultime indagini, penetranti, erano rivolte sì alla mafia trapanese ma senza dimenticare gli intrecci e i legami con l’imprenditoria, quindi la finanza anche internazionale

Sono circa le sei e trenta del mattino. È il 25 gennaio 1983. Un contadino percorre via Carollo, che dalla via dei Vespri, la lunga strada che traccia il percorso urbano di Valderice, in provincia di Trapani, s’infila verso le campagne. Avvicinandosi al civico 4, nota un auto ferma. Si tratta di una Volkswagen Golf bianca. L’aveva vista altre volte. Quella mattina, però, avvicinandosi, vide che il vetro dello sportello lato passeggero era frantumato e, all’interno dell’auto c’era un uomo crivellato dai proiettili e riverso nel suo sangue. All’arrivo, i Carabinieri, videro subito che si trattava del dottor Gian Giacomo Ciaccio Montalto, Sostituto Procuratore della Repubblica di Trapani. Il suo corpo era stato crivellato da ben quattordici proiettili di diverso calibro. Attorno a lui sono ritrovati 23 bossoli. L’inchiesta dimostrò che una delle armi usate era una 38 Special che esplose proiettili corazzati, ricollegata, dalle indagini, a Natale Evola. L’orologio dell’auto, colpito da un proiettile, fissò l’ora dell’attentato: 1:21.

Ciaccio Montalto era arrivato a Trapani nel 1971, con l’incarico di Sostituto Procuratore della Repubblica. Aveva trent’anni. Ciaccio Montalto si occupa della “costola” siciliana dello “scandalo dei petroli”, in cui saranno coinvolti esponenti politici locali legati da rapporti, anche di parentela, con le famiglie mafiose della zona. Pubblico Ministero nel processo contro “Il mostro di Marsala”, il pluriomicida Michele Vinci, dal 1977 iniziò a indagare sulle cosche mafiose della provincia di Trapani e sui loro legami con il mondo imprenditoriale e bancario trapanese, anche indagando sui flussi di denaro sporco che passavano attraverso le compiacenti banche di Trapani. Il suo lavoro era preciso e puntuale. Aveva individuato i ruoli che i clan Milazzo e quello dei Minore avevano in uno scacchiere più ampio che riguardava anche Riina, Messina Denaro, Bagarella. Era riuscito a portare alla sbarra i primi esponenti dei clan locali e durante uno di questi processi, il suo sguardo attento, riconobbe, in uno dei gesti di un imputato, un chiaro messaggio di morte. Da tempo meditava di trasferirsi e aveva già inoltrato richiesta di trasferimento al Csm. Questo però non lo distolse dal suo grande e appassionato impegno, nemmeno nell’ultimo mese della sua vita quando era ormai certo il suo trasferimento a Firenze. Le indagini sulla sua morte diedero luce alla verità delle intuizioni di Ciaccio Montalto e i moventi del suo assassinio, inoltre svelarono la collusione esistente tra il Palazzo di Giustizia trapanese e le locali cosche mafiose. Il ritrovamento di ventiquattro bobine contenenti intercettazioni ordinate da Ciaccio Montalto nell’ambito di un’indagine che conduceva, aprì una finestra sul modello di corruzione esistente, che coinvolgeva, oltre a elementi della magistratura, imprenditori locali, politici, mafiosi e massoni. Il suo omicidio, per il quale sono stati giudicati colpevoli come mandante Totò Riina e come esecutore materiale e Mariano Agate, si iscrive però in una volontà criminale più ampia.

Le sue ultime indagini, penetranti, erano rivolte sì alla mafia trapanese ma senza dimenticare gli intrecci e i legami con l’imprenditoria, quindi la finanza anche internazionale. Aveva di recente incontrato, a Trento, il giudice Carlo Palermo, che siederà nei suoi uffici pochi anni dopo, relativamente ad un’inchiesta sul traffico di stupefacenti e sul conseguente flusso di denaro. Aveva anticipato le indagini che avrebbero portato a scoprire negli anni successivi i legami indissolubili tra mafia e massoneria, altra lobby di potere non solo italiana, che aveva interesse a far terminare le indagini di Ciaccio Montalto. Le sue indagini lo avevano portato alle banche, com’era già successo quattro anni prima a Giorgio Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo, che fu ucciso a Palermo il 21 luglio 1979. In quelle banche, in quei consigli di amministrazione, Ciaccio Montalto aveva trovato la mappa delle potenti alleanze tra logge massoniche, gruppi di potere e cosche mafiose. Gian Giacomo Ciaccio Montalto era nato a Milano, il 20 ottobre 1941.

Nel 2018, il Consiglio Superiore della Magistratura, in occasione del trentacinquesimo anniversario della sua morte, ha reso pubblici alcuni atti estrapolati dal fascicolo personale del dottor Ciaccio Montalto e dagli archivi del Csm, per consentire di ripercorrere la storia professionale del magistrato. Alla sua memoria è dedicato lo spettacolo teatrale “Il Testimone”, scritto da Mario Almerighi e Fabrizio Coniglio e diretto e interpretato da Bebo Storti e lo stesso Fabrizio Coniglio.

Roberto Greco per Referencepost.it