“Antonella”, chi l’ha vista?

Strage di Capaci, di via d’Amelio, ma anche l’omicidio di Nino Agostino e Ida Castelluccio, quello di Claudio Domino e, forse, quello di Ninni Cassarà. Giovanni Aiello è stato visto spesso insieme ad Antonella, la guerriera bionda organica alla Gladio, presente anche in via dei Georgofili a Firenze e in via Palestro a Milano

Chi l’ha vista? “Antonella” ha lasciato labili tracce del suo passaggio, perlopiù testimoniali. E’ stata vista in via Fauro ma anche nei pressi di via dei Georgofili a Firenze e anche in via Palestro a Milano. Sempre in occasione dei terribili eventi che ritornano alla memoria oggi nominando quei luoghi. Non sempre sola, anzi, spesso è stata vista in compagnia di Giovanni Aiello. A Palermo è stata vista a Villagrazia di Carini il 5 agosto 1989 ma anche il 7 ottobre 1986 a San Lorenzo. Una sua traccia potrebbe addirittura essersi trovata nel cratere lasciato dall’esplosione dell’autostrada di Capaci, dove si è evidenziata la presenza di tracce genetiche femminili su due reperti recuperati dalla polizia scientifica nei pressi del luogo dove avvenne la strage, due guanti in lattice. Il suo compare è Giovanni Aiello, “faccia di mostro”. Si arruolò in Polizia nell’estate del 1964. Faceva parte di quel gruppo composto da 320 giovanissimi poliziotti ben piantati, selezionati come forza di supporto per il golpe del generale Giovanni De Lorenzo. Era la famosa estate del “rumore di sciabole” contro il primo governo di centrosinistra, quella del “Piano Solo“. Nel 1966 poi, durante un conflitto a fuoco con i sequestratori della banda di Graziano Mesina, il suo volto rimase sfregiato. Fu trasferito a Cosenza prima e a Palermo poi. Fu mandato al Commissariato Duomo, all’anti-rapine della Squadra Mobile, sezione Catturandi. In quel periodo, all’investigativa c’erano Vittorio Vasquez e Vincenzo Speranza. Il capo della Mobile era Bruno Contrada, che poi diventò il numero 3 dei servizi segreti. C’era anche Giorgio Boris Giuliano, in quella Squadra Mobile e proprio il nome di Giuliano, nelle diverse interviste che gli sono state fatte, è un nome che esplicitamente Aiello non fa mai, lo indica come “quello che è morto”. Lui invece, Aiello, è morto nell’agosto del 2017, a seguito, pare, di un infarto che lo colse mentre riportava a riva la sua barca, sulla spiaggia ionica di Montauro, in provincia di Catanzaro. Secondo le dichiarazioni rese del collaboratore Giuseppe Di Giacomo, Aiello aveva frequentato il campo di addestramento paramilitare in Sardegna ed era membro della Gladio, l’organizzazione paramilitare appartenente alla rete internazionale Stay-behind che in Italia prese, appunto, il nome di Gladio. Era promossa dalla NATO, organizzata dalla Central Intelligence Agency e il suo compito era quello di contrastare una ipotetica invasione nell’Europa occidentale da parte dell’Unione Sovietica ed in particolare della ex Jugoslavia e dei Paesi aderenti al Patto di Varsavia, attraverso atti di sabotaggio, guerra psicologica e guerriglia dietro le linee nemiche, con la collaborazione dei servizi segreti e di altre strutture. L’esistenza di Gladio, sospettata fin dalle rivelazioni rese nel 1984 dall’ex membro del gruppo neofascista Ordine Nuovo Vincenzo Vinciguerra durante il suo processo, fu riconosciuta dal Presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti il 24 ottobre 1990, che parlò di una “struttura di informazione, risposta e salvaguardia“. Francesco Cossiga, che ebbe, durante il periodo in cui era sottosegretario alla difesa, la delega alla sovrintendenza di Gladio e che spesso è stato indicato come uno dei fondatori, affermò nel 2008 che “i padri di Gladio sono stati Aldo Moro, Paolo Emilio Taviani, Gaetano Martino e i generali Musco e De Lorenzo, capi del Sifar”. L’organizzazione Gladio è stata messa, più volte, in relazione con la P2, la loggia della massoneria deviata con finalità eversive. Nonostante fossero i confini nord-orientali della penisola quelli da difendere, anche in Sicilia fu costituita una base che faceva riferimento all’organizzazione Gladio. Si tratta del Centro Scorpione, un centro d’addestramento speciale sito a Trapani e che utilizzava il campo volo di Trapani Milo. Fu lì che il giornalista Mauro Rostagno filmò il caricamento di casse di armi per la Somalia su un aereo militare. Mauro Rostagno fu ucciso due mesi dopo.

Chi l’ha vista? Chi ha visto la bionda di origini calabresi, addestrata dallo stesso Aiello ma che ha anche partecipato agli addestramenti nella base paramilitare in Sardegna dedicata ai “gladiatori“? Erano diciassette, sulla base degli elenchi sequestrati, le donne organiche alla struttura Gladio e Antonella è una di queste. Nel 2016, a seguito delle informazioni fornite da Vittorio Lo Bue, collaboratore ed ex-‘ndranghetista, fu individuato un nome. La Direzione nazionale antimafia iniziò ad approfondire l’indagine. Poi, ufficialmente, più nulla.

Chi L’ha vista? Nino Lo Giudice, collaboratore di giustizia, l’ha vista e l’ha fatta fotografare in compagnia di Giovanni Aiello “Aiello lo sentii nominare la prima volta all’Asinara. Ero stato detenuto lì tra il ’92 e il ’95 e in quel periodo c’era anche Pietro Scotto, allora imputato per la strage di via D’Amelio. Pietro Scotto mi parlò di lui come di un calabrese con la faccia bruciata, coinvolto nella strage di via D’Amelio. Disse che era stato mandato dai servizi deviati per far saltare Borsellino – dichiara Lo Giudice – Io lo conobbi personalmente anni dopo. Mi fu presentato dal capitano Saverio Spadaro Tracuzzi che ne parlava come di un collega. Mi disse che era uno dei servizi, che si erano conosciuti in Sicilia perché Aiello aveva contatti con Cosa nostra. Io, pensando al racconto di Pietro Scotto, lo riconobbi dalla faccia bruciata”. Il capitano dei carabinieri Spadaro Tracuzzi è stato condannato in appello a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa: in forza alla Dia, è dimostrato che “era a disposizione” del clan Lo Giudice. “La seconda volta Aiello venne a trovarmi nel 2007 – continua Lo Giudice – Era insieme a una donna bionda, con accento calabrese, che mi presentò come Antonella. Fu dopo questo incontro che ordinai ad Antonio Cortese di seguirli e fotografarli”. Cortese è l’armiere del clan Lo Giudice. Gestisce, insieme alla moglie, una profumeria all’interno della quale, tra il 2007 e il 2008, Aiello e Lo Giudice s’incontrarono spesso. “A Reggio Calabria c’era in atto una guerra, mi servivano informazioni e Aiello aveva ottimi agganci – dice Lo Giudice – Gli regalai un Rolex d’oro perché insegnasse a Cortese a utilizzare l’esplosivo C4”. Due anni dopo Cortese sarà l’esecutore materiale degli attentati dinamitardi contro il procuratore generale Salvatore Di Landro. “Aiello mi confermò quello che avevo saputo su di lui all’Asinara. Disse che a Palermo aveva fatto anche altre cose, tra cui aver ucciso l’agente Agostino”, dice ancora Lo Giudice. Ed è per questo che Lo Giudice è stato ascoltato dal procuratore Nino Di Matteo. Tra le altre cose che Aiello avrebbe confidato a Lo Giudice ci sarebbe anche il delitto del commissario Ninni Cassarà, il 6 agosto 1985. Un’azione militare in piena regola, un fuoco incrociato con 200 colpi di mitra e kalashanikov. E la spietata esecuzione, con un solo colpo alla testa, di Claudio Domino un bambino di 11 anni freddato in pieno giorno nel quartiere San Lorenzo il 7 ottobre 1986, in pieno maxiprocesso. E poi i misteri dell’Addaura e l’ipotesi della doppia bomba, o almeno del secondo telecomando, a Capaci. Si tratta di azioni di guerra e istinto da killer. E, forse, è per questo che Lo Giudice, cresciuto a pane e ‘ndrangheta, continua a tremare. E’ l’unico testimone, tra i tanti che hanno parlato di Aiello, ad aver raccolto personalmente le sue confidenze. “Aiello mi faceva paura e mi fa ancora paura. Mi è rimasta impressa la sua freddezza, sembrava non avesse emozioni. Lo temo perché fa parte di un mondo che non conosco, non so chi può esserci dietro di lui. Magari mi ammazzano in carcere”.

Chi l’ha vista?

Roberto Greco per referencepost.it