In ricordo di Salvatore Bennici, ucciso dalla mafia il 25 giugno 1994

Per gli inquirenti l’assassinio dell’imprenditore ha un solo movente, quello di essersi ribellato al racket delle estorsioni di Cosa Nostra

È il 25 giugno 1994. Siamo a Licata, in provincia di Agrigento. Sono passate da poco le 7:50. Salvatore Bennici sta andando, insieme al figlio Vincenzo, nel suo cantiere edile, in via Palma, alla periferia del paese. Dopo essere arrivati, appena scesi dall’automobile, due persone incappucciate, armate di pistola calibro 9, si avvicinano. Uno dei due killer punta la canna della pistola alla tempia di Vincenzo dicendogli di “stare calmo” che “non sarebbe accaduto nulla“. L’altro si è avvicinato all’imprenditore. Gli spara a bruciapelo quattro colpi in successione. I primi due colpiscono Salvatore alla testa e gli altri due al torace. I due killer, dicono a Vincenzo che “si deve stare zitto” e si allontanano a bordo di un’Alfa 155. Salvatore Bennici viene soccorso immediatamente dal figlio che, ancora sotto choc, l’ha sollevato da terra e trasportato all’ospedale San Giacomo D’Altopasso di Licata. Corsa inutile, perché Salvatore Bennici muore qualche istante dopo il suo ingresso al pronto soccorso.

Per gli inquirenti l’assassinio dell’imprenditore ha un solo movente, quello di essersi ribellato al racket delle estorsioni di Cosa Nostra. Bennici, pochi mesi prima, aveva preso in subappalto alcuni lavori per la posa del condotto per l’acquedotto di Palma Montechiaro e, nonostante gli avvertimenti e le intimidazioni a lasciar perdere, aveva deciso di andare avanti e iniziato i lavori. Subito dopo sono cominciati gli attentati. Iniziarono facendo saltare in aria un escavatore con una potente carica esplosiva. Bennici non esitò a denunciare il fatto al commissariato di Licata. Qualche giorno dopo arrivò un altro avvertimento: di notte cosparsero di benzina la porta della sua abitazione e gli diedero fuoco. Negli ultimi giorni Bennici aveva ricevuto telefonate anonime, ma l’imprenditore non voleva cedere, ed è stato “punito” con un’esecuzione atroce davanti agli occhi del figlio.

Roberto Grteco per refrencepost.it