«Alla vita che toglie… A Gianni. Alla vita che dà… A mia figlia Beatrice».
È dentro questa dedica, tanto semplice quanto devastante, che prende forma Abbassa la voce… di Sergio Buttigè, una silloge poetica attraversata dal peso delle assenze e dalla luce ostinata della rinascita. In queste poche parole è già custodita tutta la tensione emotiva dell’opera: la perdita e la continuità, il dolore che svuota e l’amore che restituisce senso al tempo. Da qui nasce una poesia che trasforma la fragilità umana in materia viva, facendo del silenzio, della memoria e dell’amore una possibilità di salvezza.
Fin dal titolo, l’autore compie una scelta poetica precisa: abbassare la voce per restituire profondità a ciò che il rumore del mondo soffoca ogni giorno. Il silenzio, all’interno della raccolta, non coincide mai con il vuoto; diventa piuttosto uno spazio interiore dove i sentimenti trovano finalmente il coraggio di mostrarsi. È il luogo dell’attesa, della nostalgia, del desiderio, ma anche della sopravvivenza emotiva. Non a caso i versi iniziali — «le dita parleranno alla foce del tuo silenzio» — assumono quasi il valore di una dichiarazione poetica: nelle sue parole, ciò che non viene urlato acquista una forza ancora più autentica.
La raccolta si sviluppa in tre sezioni – Verrà la Prosa…, Sorrisi e Social Poetry — che sembrano corrispondere a tre movimenti dell’anima. Nella prima parte prevale una poesia viscerale, intrisa di memoria, radici e consapevolezza esistenziale. Qui la scrittura si fa profondamente materica: il dolore attraversa le vene, la terra conserva i ricordi, il mare diventa confine e richiamo, il mosto si trasforma in metafora della vita stessa. In L’odore del mosto, probabilmente una delle poesie più intense della raccolta, l’esistenza viene paragonata a un grappolo da spremere «fino all’ultimo goccio di Vita», in un’immagine che restituisce tutta la fatica e insieme tutta la sacralità dell’essere umani. Chi scrive non teme di esporre la propria vulnerabilità e trasforma la sensibilità in una forma di resistenza morale.
Emblematica, in questo senso, è la poesia La Fune, dove il poeta si definisce un equilibrista che offre le proprie debolezze come «piume» sul volto degli altri. È l’immagine più autentica dell’intera raccolta: una scrittura che non si difende, ma si consegna completamente al lettore.
Il tema della terra d’origine è trattato con una lucidità priva di qualsiasi retorica nostalgica. La Sicilia evocata nei versi è un luogo dell’anima fatto di sole immobile, mare, silenzi e partenze custodite dentro una valigia. È «una vigilia nascosta nella valigia», un’appartenenza che continua a vivere nelle vene anche quando diventa distanza. È una Sicilia carnale, ferita, viva, capace di essere madre e nostalgia, rifugio e inquietudine.
Tra le presenze più profonde dell’opera vi è senza dubbio quella familiare. La figura della madre, soprattutto, assume una dimensione quasi sacrale. In In grembo la maternità viene raccontata come una forma assoluta di amore e resistenza: la madre è colei che continua a parlare anche quando il dolore le sottrae la forza, presenza vigile che custodisce la vita persino nel silenzio. Il verso «Mai sta in silenzio la madre, anche quando non ha la forza di parlare» racchiude una delle intuizioni più alte dell’intera raccolta, elevando l’esperienza privata in una verità universale.
Accanto alla figura materna emerge quella del padre, tratteggiata con una delicatezza disarmante. Il rapporto padre-figlio si costruisce attorno a silenzi condivisi, disillusioni trattenute e frasi semplici capaci di diventare eredità esistenziali. «Perché la vita è così» è il peso di una consapevolezza tramandata da una generazione all’altra, la dignità silenziosa di chi continua a resistere nonostante tutto.
Particolarmente intensa è poi la poesia dedicata a Beatrice, che rappresenta uno dei vertici emotivi della raccolta. In pochi versi viene raccontata la paternità come un’esperienza capace di alterare il senso stesso del tempo e dell’esistenza. «La somma non ha più regola» scrive l’autore, quasi a suggerire che la nascita di una figlia infranga ogni logica conosciuta per aprire a una nuova forma di eternità. Beatrice diventa simbolo di continuità, speranza, rinascita. In un’opera attraversata dalla perdita e dall’assenza, questa poesia appare come un approdo luminoso, la prova che la vita riesce ancora a generare futuro persino dentro il dolore.
Anche l’amore occupa un ruolo centrale nella raccolta, ma viene raccontato lontano da qualsiasi idealizzazione retorica. Nella sezione Sorrisi il linguaggio si fa più intimo, sensuale, corporeo. I corpi si cercano nel buio, le mani diventano parole, il silenzio stesso assume una tensione erotica. In testi come «Letto in Silenzio» o «Siamo ossimori» l’amore vive nelle pause, nei respiri trattenuti, nelle distanze che rendono i corpi ancora più vicini. È un eros delicato e febbrile insieme, che trasforma il desiderio in ascolto reciproco e rende il corpo una forma ulteriore di linguaggio poetico. i corpi non sono mai oggetti, ma luoghi di ascolto e riconoscimento reciproco. In questo senso, definire l’amore come «l’ottava nota» diventa un’intuizione poetica potentissima: qualcosa che rompe l’armonia prevedibile dell’esistenza per creare una nuova possibilità di senso.
Anche nei versi più intimi, la scrittura mantiene sempre una straordinaria eleganza emotiva: «Vieni ad accarezzarmi il cuore / dove c’è la tua schiena d’estate» non descrive soltanto un corpo amato, ma trasforma la memoria del desiderio in paesaggio dell’anima.
L’amore, all’interno della raccolta, appare allora come una forza che consuma e rigenera allo stesso tempo. È un sentimento che vive nel silenzio delle stanze, nei corpi che si cercano, nelle «mani strette piene di memoria».
Nella sezione Social Poetry, il tono cambia ulteriormente, facendosi più essenziale, scarno e tagliente. Qui la parola poetica si riduce all’osso e assume la forma di brevi aforismi capaci di lasciare sulla pelle una traccia immediata, quasi dolorosa. Sono versi rapidi, ma densissimi, autentici «versi di sale» che condensano inquietudini private e collettive. La costruzione paradossale del verso «Basterebbe non far finta di essere felici / per essere felici», diventa una critica sottile alla teatralizzazione dei sentimenti nella contemporaneità, denunciando la distanza sempre più profonda tra ciò che si mostra e ciò che realmente si vive.
In molte poesie emerge una tensione profondamente umana e collettiva, quasi civile, che amplia lo sguardo oltre il singolo individuo. Nella poesia Umani l’immagine: «Io mi fido del dolore degli altri», affidando a questo verso una delle chiavi più profonde dell’intera opera. La sofferenza diventa così un linguaggio universale, l’unico forse capace di restituire agli esseri umani una forma di fratellanza in un tempo dominato dalla distanza emotiva e dall’indifferenza.
Sotto il profilo strettamente tecnico, l’opera si distingue per una vera e propria «metrica del silenzio» fondata sulla sottrazione. La scrittura rinuncia volutamente a forme chiuse e metriche tradizionali per affidarsi a un verso libero estremamente controllato. L’enjambement diventa così un respiro interno del testo: la frase si spezza, il senso resta sospeso, e il lettore viene costretto a sostare sulla soglia emotiva della parola. Nel verso «le dita parleranno / alla foce del tuo silenzio», la cesura isola il verbo «parleranno», trasformandolo in un gesto fisico, quasi doloroso, prima ancora che linguistico.
Anche l’architettura complessiva della raccolta segue una precisa strategia di progressivo «asciugamento del logos». La parola poetica sembra progressivamente consumarsi fino a diventare frammento, traccia, residuo emotivo. Si passa infatti dalla distensione quasi narrativa di Verrà la Prosa…, ricca di lessico materico — terra, mosto, vene, sangue, sale — alla contrazione estrema della sezione Social Poetry. Qui la scrittura assume i tratti dell’epigramma e dell’aforisma contemporaneo: la parola poetica si fa essenziale, scarno, quasi osseo, eliminando ogni ridondanza per affidarsi alla forza improvvisa della folgorazione poetica. Emblematica, in questo senso, è la costruzione circolare dell’enunciato «Basterebbe non far finta di essere felici / per essere felici», in cui estrema semplicità sintattica e profondità concettuale coincidono perfettamente.
Un altro elemento centrale della poetica dell’autore è la fisiologizzazione del sentimento. Emozioni e stati interiori vengono continuamente tradotti in materia corporea attraverso l’uso di sinestesie, immagini tattili e metafore biologiche. Il dolore non resta mai astratto o metafisico: diventa «terra sparsa sul pavimento», «vene», «occhi in ginocchio», «sale», «sangue». Questa scelta stilistica ancora la lirica alla concretezza del corpo e rende la poesia profondamente tangibile, quasi epidermica. Anche le immagini più spirituali conservano sempre un peso fisico, una consistenza concreta che impedisce al testo di scivolare nell’astrazione retorica.
La maestria tecnica emerge infine nella gestione delle clausole finali. Molti componimenti si chiudono infatti con versi epigrammatici capaci di ribaltare improvvisamente il significato dell’intero testo, lasciando nel lettore un senso di sospensione o di rivelazione improvvisa. La chiusura «Quando un poeta non scrive non se ne accorge nessuno… / Tranne la vita» rappresenta forse l’esempio più significativo di questa tecnica: il verso finale agisce come un perno semantico, spostando l’asse della poesia dall’io lirico alla dimensione universale dell’esistenza.
In definitiva, Abbassa la voce… è una sinfonia di «canti stonati» che versano vita autentica. Una raccolta intensa e necessaria, capace di ricordarci che la poesia è davvero un mondo a parte che incontra la realtà per pochi istanti». Sono proprio quegli istanti — fatti di mani strette, segreti custoditi e mattine aspettate — a dare senso al resto del giorno.
In un tempo dominato dall’esibizione emotiva e dal rumore del mondo, Sergio Buttigè affida la propria poesia alla sottrazione, al silenzio, alla fragilità. Ed è proprio in questa voce abbassata che il lettore ritrova qualcosa che troppo spesso si dimentica: il battito sincero e irriducibilmente umano dell’anima.
Denise Catalano
