Sarebbe stato facile per Giuseppe Maurizio Piscopo, autore insieme ad Adelaide Costa e per le edizioni Navarra e con la prefazione di Carlo Aonzo, cadere nel suo “La figlia di Don Fofò” negli stereotipi di una Sicilia cristallizzata nell’icona che spesso certa letteratura e filmografia ne ha consolidato l’errata visione.
D’altronde, la coautrice è una regista televisiva e di sicuro avrà potuto fare un parallelo e un distinguo tra uno dei protagonisti del romanzo, Don Fofò, e il Marcello Mastroianni di Divorzio all’italiana o Sedotta e abbandonata, con la regia di Pietro Germi.
Rappresentazione di una Sicilia che fu, di una certa provincia siciliana d’altri tempi così come era e confronto, non cercato, con l’isola di oggi. Ma che non è soltanto l’isola degli anni Duemila a essere cambiata, lo è il mondo intero.
Catena, la figlia di Don Fofò, a dispetto del suo nome che la vorrebbe legata al passato, è invece colei che con semplicità, senza bisogno di grandi gesti eclatanti di ribellione, conduce il lettore a un χρόνoς moderno, con la ovvietà di ciò che è normale e che il tempo può soltanto constatare e, certamente, non fermare
E il mandolino che lei amabilmente suona è quasi il trait d’union tra il passato e il presente, così come lo si vede rappresentato in quadri di epoche lontane e in immagini di un contemporaneo che Catena costruisce con l’ovvietà, la libertà dei suoi anni.
Scelta, quella del mandolino, a discapito del più borghese pianoforte, suona – nomen omen – come una dichiarazione di intenti, non solo di passione, un rifiuto di certi stereotipi in cui la donna è classicamente, dimessamente curva sui tasti del pianoforte, in attesa del consenso di un pubblico, intimo, di sostenitori della figura di donne sottomesse. Molto più entusiasmante pizzicare le corde del mandolino il cui suono è certamente più intrigante.
Il titolo La figlia di Don Totò è già il cartellone del film che si svolgerà all’interno delle pagine, come una pellicola in cui i protagonisti principali, pur nel contesto di un intero paese, sono due: un padre e una figlia. E qui interviene l’amore per le donne, il rispetto e la consapevolezza che sono loro che cambiano il mondo, che stravolgono le abitudini senza paura di doverne affrontare anche eventuali conseguenze.
E l’ambientazione temporale – fine metà degli anni Cinquanta del Novecento – è molto vicina a quella di Franca Viola, anche lei della provincia ma in questo caso trapanese, che la vide ribellarsi alle antiche e malaugurate abitudini di sposare, obbligate, il proprio violentatore per “salvare l’onore” e per salvare l’uomo dal carcere. E non era altresì arrivato il tempo in cui le donne, senza parlare ancora di femminismo, cercavano e raramente trovavano la loro dignità, la loro emancipazione.
“La figlia di Don Fofò” , da figlia a padre, come a sottolineare un cambio di guardia, di abitudini, di mentalità, di cultura che non vede più la figlia, la donna come comparsa bensì come protagonista capace di operare delle scelte di vita, anticonformiste, e di farlo senza opposizione alcuna in famiglia e senza grandi stupori tra i compaesani. Per non dimenticare, ancora una volta, l’ambientazione temporale che ci riporta immediatamente alla cronaca siciliana.
E’ proprio dal profondo sud che vengono fuori le rivoluzioni sociali, quelle che segnano la vita di un paese. Lo si legge anche dalle pagine del libro in cui è evidente la trasformazione dello stesso Don Fofò che, dopo averlo dipinto col pettinino in tasca, l’orologio da taschino del nonno, un certo atteggiamento, un certo modo di fare, si trasforma per amore e ancor di più per il “miracolo” della paternità tanto desiderata e attesa e finalmente raggiunta.
All’interno del libro si trovano pure le tavole dei pittori di Calapanama, nuovi autori delle scene di quelli che possiamo definire “cunti”, come in un racconto dei pupi siciliani.
Ma c’è pure la Sicilia dei viaggi e delle emigrazioni, dei treni, delle partenze e degli arrivi; delle figure tipiche di un paese del sud dell’isola dove non mancano tutti i personaggi come in una serie di cartoline illustrate e come i canoni di una commedia all’italiana che tanto ci ricorda il già citato Pietro Germi di Divorzio all’italiana e di Sedotta e abbandonata o Lina Wertmuller – che comunque preferiva definire i suoi film grotteschi più che commedia all’italiana – con le indimenticabili interpretazioni di Giancarlo Giannini e Mariangela Melato.
Non mancano le figure – quasi icone – obbligate in un paese come Zabara che tanto ci richiama alla mente Favara, peraltro paese d’origine di Maurizio Piscopo – in provincia di Agrigento: il politico, il barbiere, il contadino, il matto, il sarto, i musicisti, i preti e c’è pure il gatto del vicino. Si raccontano le tradizioni intorno al matrimonio; i viaggi, Parigi col suo fascino, la moda e gli incontri inaspettati; i discorsi in “cantunera”, le serenate. Insomma, accompagnata anche dalle musiche composte da Maurizio Piscopo e ascoltabili attraverso un QR code e dei motti in rigoroso dialetto favarese all’inizio di ogni capitolo, il romanzo è uno spaccato di vita di un certo periodo storico in cui erano presenti dei valori, una certa semplicità ma incline alla sobrietà e a una certa ironia che fa sorridere il lettore mentre lo accompagna in una Sicilia genuina, fresca – anche con tutti i suoi problemi – ormai scomparsa con buona pace dei detrattori delle tradizioni ma con la consapevolezza che l’oggi è figlio dell’ieri e, speriamo ne sia la miglior parte, da raccontare ancora col sottofondo, magari sullo spartito di un mandolino.
Teresa Di Fresco per Referencepost
