Intelligenza artificiale, responsabilità individuale e tenuta delle categorie tradizionali del diritto sono state al centro della presentazione di “Libello umano, troppo umano. Riflessioni giuridiche sull’intelligenza artificiale”, il volume di Chiara Zarcone, edito da Edizioni Ex Libris, presentato martedì 28 luglio, alle ore 11, nella Sala Rossa del Palazzo Reale di Palermo.

Un incontro dedicato a uno dei temi che più stanno interrogando il mondo giuridico contemporaneo: quali conseguenze produce l’ingresso dell’intelligenza artificiale nei processi decisionali? E fino a che punto l’uomo può affidare alla macchina scelte che coinvolgono responsabilità, libertà e diritti?

Alla presentazione, insieme all’autrice, hanno partecipato Totò Scuvera, primo firmatario del disegno di legge sull’Osservatorio regionale sull’intelligenza artificiale; Giovanni Paterna, direttore editoriale, docente e autore; e Fabio Giamporcaro, giurista, manager, docente e relatore. Presente anche l’editore Carlo Guidotti.

Il saggio di Zarcone prende le mosse dalla crisi dell’uomo contemporaneo e dall’accelerazione del progresso tecnologico per indagare il rapporto, sempre più complesso, tra essere umano, macchina e ordinamento giuridico. Dalle suggestioni filosofiche di Giordano Bruno al test elaborato da Alan Turing, fino alle cosiddette “allucinazioni” dell’intelligenza artificiale, il volume ricostruisce un percorso nel quale filosofia, scienza e dottrina penalistica si incontrano.

Al centro dell’analisi emerge soprattutto l’impatto dell’intelligenza artificiale sul diritto penale sostanziale e processuale. L’impiego di sistemi capaci di apprendere, elaborare informazioni e produrre risultati non sempre pienamente prevedibili apre infatti interrogativi sulla possibilità di continuare ad applicare categorie giuridiche costruite intorno all’azione e alla responsabilità dell’essere umano.

Uno dei nodi affrontati è il paradosso del machine learning: quanto maggiore diventa l’autonomia operativa degli algoritmi, tanto più complesso può risultare ricostruire e attribuire la responsabilità di determinate conseguenze. L’imprevedibilità di alcuni processi decisionali algoritmici pone così questioni che investono principi centrali del diritto penale, dalla “dominabilità” del fatto alla colpevolezza individuale.

Il tema supera, tuttavia, la sola dimensione tecnica. “Libello umano, troppo umano” pone una questione più ampia sul ruolo che l’essere umano intende conservare davanti all’evoluzione tecnologica. La macchina nasce come strumento al servizio dell’uomo; il rischio indagato nel volume è che la tecnica possa progressivamente assumere una centralità tale da condizionare l’autonomia della volontà e la stessa capacità di assumere decisioni consapevoli.

Da qui l’interrogativo che attraversa il saggio: chi risponde quando l’azione diventa sempre più artificiale e il soggetto che la determina sempre meno riconoscibile? Una domanda che investe non soltanto studiosi e operatori del diritto, ma anche istituzioni chiamate a elaborare regole capaci di accompagnare l’innovazione senza rinunciare alle garanzie poste a tutela della persona.

La riflessione proposta a Palazzo dei Normanni ha riportato così al centro una questione destinata ad assumere un peso crescente: l’evoluzione dell’intelligenza artificiale non riguarda soltanto ciò che le macchine saranno in grado di fare, ma anche ciò che l’uomo sceglierà di affidare loro.

In un tempo in cui la tecnologia procede con una velocità spesso superiore a quella della produzione normativa, la sfida del diritto diventa dunque quella di governare il cambiamento, definirne responsabilità e limiti e garantire che l’intelligenza artificiale rimanga uno strumento al servizio dell’uomo, conciliando innovazione e tutela dei diritti, della libertà e della responsabilità individuale.

Denise Catalano per Referencepost (Articolo e foto)