Verità e giustizia non abitano qua

Verità e giustizia non abitano qua e ancora oggi, dopo 34 anni, sono un lusso che la famiglia Domino non si può concedere

Era il 7 ottobre 1986 quando Claudio stava giocando con altri due amici vicino a casa, in via Fattori, lì dove la madre gestiva una cartoleria. Un uomo in moto si avvicinò al gruppetto di bambini, chiamò Claudio a sé, estrasse la pistola, la puntò verso il suo volto e senza esitare sparò.

Era il 1986. L’anno in cui Mario Mori assunse il comando del “Gruppo centro” dei carabinieri di Palermo mentre l’allora colonnello Antonio Subranni arrivò al comando della “Legione carabinieri” di Palermo. Incarichi che ricoprirono fino all’ottobre del 1989. Sempre nel 1986, a capo della Squadra Mobile della capitale siciliana, c’era Arnaldo la Barbera che oggi sappiamo essere stato a doppio servizio tra la PS e i “servizi” con il nome in codice “Catullo”. Bruno Contrada, sempre in quell’anno, è tra i vertici di comando al SISDE. Proprio quest’ultimo sarà indicato come “l’uomo dei misteri”, il trait-d’union fra Cosa nostra e istituzioni da Luigi “Gino” Ilardo, una “risorsa” dello Stato il cui nome in codice era “Oriente”. Ilardo fu ucciso il 10 maggio 1996, poco prima di diventare ufficialmente un “collaboratore di giustizia” ed essere ammesso al programma di protezione e dopo che per mesi aveva fornito notizie sulle cosche mafiose al colonnello dei carabinieri Michele Riccio, del quale fu confidente.

Non fu un proiettile vagante quello che uccise Claudio Domino. Non era in corso nessuno scontro armato tra appartenenti a cosche o famiglie mafiose. Non era un regolamento di conti tra criminali. La morte di Claudio Domino fu una vera e propria esecuzione: il killer alzò la sua calibro 7,65 e mirò in mezzo agli occhi di Claudio. In quel momento, l’ottobre del 1986, presso la nuova “Aula bunker” realizzata all’interno del carcere palermitano, l’Ucciardone, era in corso il primo grado di quello che passò alla storia come il “Maxi-processo” ossia il procedimento contro “Abbate Giovanni + 106”. Era iniziato il 10 febbraio dello stesso anno. Nelle “gabbie” dell’”Aula bunker” c’erano quasi 300 dei 475 imputati e in aula c’erano 200 avvocati difensori e circa 600 giornalisti provenienti da tutto il mondo. Il delitto di “associazione mafiosa” era stato introdotto poco tempo prima. Era nucleo e cardine al tempo stesso della legge 646/82, quella legge “Rognoni-La Torre” che fu promulgata dopo l’assassinio di uno dei suoi presentatori, l’on. Pio La Torre, e quello del prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, entrami uccisi dai killers del potere politico-mafioso. Fino al 1982, per far fronte ai delitti di mafia, si faceva ricorso all’art. 416 c.p., ossia all’associazione per delinquere, ma tale fattispecie risultò ben presto inefficace di fronte alla vastità e alle dimensioni del fenomeno mafioso, e le sue manifestazioni tipiche. Tra le finalità perseguite dai soggetti uniti dal vincolo associativo ve n’erano anche di lecite, e ciò costituì il più grande limite all’applicazione dell’art. 416 del codice penale. Ma ora, in aula, durante il procedimento, era necessario dimostrare l’associazione mafiosa. Non solo. Dal momento che i termini di custodia cautelare per un centinaio di imputati sarebbero scaduti l’8 novembre 1987, vennero poi prorogati di poche settimane, era necessario che il processo di primo grado si concludesse entro quella data. Per questo motivo il presidente Alfonso Giordano, nonostante le proteste di alcuni avvocati difensori e giudici popolari, dispose che il processo si sarebbe celebrato tutti i giorni, a eccezione soltanto delle domeniche e di alcuni sabati. Era necessaria un’accelerazione.

Quando, all’apertura dell’udienza dell’8 ottobre 1986, il boss Giovanni Bontate chiese la parola, il presidente della Corte di Assise Alfonso Giordano lo fece parlare. Quando Giovanni Bontade si avvicinò al microfono dalla cella numero 15, nell’aula bunker scese il gelo. Bontate, tra lo stupore generale, lesse un comunicato. Il testo era questo: “Noi condanniamo questo barbaro delitto che provoca accuse infondate anche verso gli imputati di questo processo”. Noi chi? La mafia? La domanda corse veloce all’interno delle gabbie che contenevano gli imputati ma anche tra i quasi 200 avvocati dei vari collegi difensivi, tra i pm, la corte e il pubblico tutto. Anche tra i giornalisti crebbe la fibrillazione. “La mafia esiste, siamo noi e non uccidiamo donne e bambini”. Malcontento e dissociazione dietro le sbarre ma sul viso di qualcuno degli imputati dentro le “gabbie”, emerse invece un impercettibile sorriso. Si trattava del viso di Pippo Calò, ritenuto portavoce di Riina e suggeritore occulto di Giovanni Bontate per questa sua dichiarazione.

Anche per questo comunicato di dissociazione dal delitto Domino, Giovanni Bontate sarà ucciso un anno dopo. Ce lo racconta il collaboratore Marino Mannoia. Il boss, al procuratore Falcone, disse di non saper nulla sul killer che uccise il piccolo Claudio, ma ne ha svelò alcuni contraccolpi all’interno di Cosa nostra, come quel giallo del comunicato letto dalle gabbie: “L’iniziativa di Bontate venne da noi aspramente criticata. Così facendo, infatti, ha ammesso l’esistenza di Cosa nostra, contrariamente alle regole. E i codici non scritti della mafia sono inviolabili, chi sbaglia paga con la vita”. Bontate venne messo sotto processo dall’organizzazione, si difese dall’accusa di non aver avuto alcuna autorizzazione a far da portavoce della mafia chiamando in causa Pippo Calò e Luciano Leggio con la sua ombra Totò Riina: “Sono stati loro a chiedermi il comunicato contro il delitto Domino. Ma la sentenza era stata ormai pronunciata, anche se – precisa Mannoia – non è stata quella la causa principale della sua eliminazione. Giovanni Bontade aveva tradito il fratello Stefano ed era una mina vagante anche per i suoi nuovi alleati corleonesi”.

Ancora oscuri oggi molti degli aspetti che riguardano invece la morte di Claudio Domino. Dal racconto dei diversi collaboratori di giustizia, che hanno affollato le aule di giustizia e le cronache, emergono notizie e versioni dell’omicidio di Claudio. Tra le più accreditate, c’è quella riportata dal collaboratore di giustizia Giovanbattista Ferrante, che lo vedrebbe testimone scomodo di un centro di confezionamento di droga all’interno di un magazzino. Lo stesso Ferrante raccontò di essere il killer che, su ordine di Giovanni Brusca, cercò e uccise Salvatore Graffagnino, proprietario del bar vicino al luogo dell’omicidio e mandante dell’assassinio del piccolo. Claudio. Sarebbe stato ucciso anche un piccolo spacciatore, che sarebbe stato l’esecutore materiale del delitto. Perché tanta attenzione sulla vicenda da parte dei boss mafiosi, che oltre a prendere chiaramente le distanze, intervennero addirittura per “vendicare” il piccolo e “punire” il responsabile?

Dell’omicidio di Claudio Domino ne parla anche, come citato in apertura, Luigi Ilardo il mafioso, vice-rappresentante provinciale di Caltanissetta, cugino e braccio destro del boss Giuseppe “Piddu” Madonia, che nel ’95 aveva messo i carabinieri sulle tracce di Bernardo Provenzano, ma cui un anno dopo chiusero per sempre la bocca. Luigi Ilardo, ucciso nel 1996 prima che potesse divenire formalmente collaboratore di giustizia, riportò al colonnello Michele Riccio che, il giorno dell’uccisione del piccolo Claudio Domino, fu visto aggirarsi per le strade di Palermo un uomo con “la faccia da mostro”, alias Giovanni Aiello, ex poliziotto collegato a tanti fatti di sangue riconducibili alla mafia. Pochi sanno, però, che in realtà già un giudice a Caltanissetta anni fa, bacchettando la Procura, sostenne che al di là di ogni dubbio si potesse “identificare in Aiello Giovanni il soggetto indicato da Lo Forte Vito e Marullo Francesco“, cioè proprio il “faccia da mostro” di cui per primo parlò Ilardo.

Comparirà dopo qualche anno nelle confessioni del collaboratore di giustizia Vito Lo Forte, del clan Galatolo, che parlò di lui e di un altro uomo dello Stato. “Li chiamavamo il bruciato e lo zoppo – disse Lo Forte – Uno aveva il volto deturpato e l’altro camminava con un bastone e si diceva che fosse un pezzo grosso dei servizi segreti”. Le confessioni di Lo Forte sono sconvolgenti. Dice infatti che “Faccia da mostro” aveva fornito il telecomando per l’attentato dell’Addaura, che era coinvolto nell’omicidio dell’agente Agostino e della moglie Ida Castelluccio e che era un terrorista di destra amico di Pierluigi Concutelli e che aveva messo bombe sui treni e nelle caserme. “Era un sanguinario – dice ancora Lo Forte – e non aveva paura di uccidere”. In seguito racconterà che “Faccia di mostro” aveva partecipato all’omicidio del commissario Ninni Cassarà e dell’agente Antiochia». Poi arrivarono le dichiarazioni di altri pentiti: Francesco Marullo, del sottobosco mafioso dell’Acquasanta, lo ’ndranghetista Consolato Villani, della cosca Lo Giudice di Reggio Calabria, Giuseppe Di Giacomo, della famiglia dei Laudani di Catania, e infine la figlia ribelle di un boss della Cupola, Angela Galatolo che ricorda che nella sua famiglia l’uomo veniva chiamato “lo sfregiato”. Giovanni Aiello parlò a Nino Lo Giudice, collaboratore di Giustizia, dell’omicidio di Claudio Domino e della strage di Pizzolungo, in cui morirono i gemelli di 6 anni Giuseppe e Salvatore Asta e la loro mamma Barbara Rizzo, oltre alle stragi di via D’Amelio e Capaci e l’assassinio del poliziotto Nino Agostino e di sua moglie Ida Castelluccio incinta di pochi mesi. Sono le ultime in ordine di tempo, le dichiarazioni di Antonino “Nino” Lo Giudice che ha deposto da una località protetta al processo «‘ndrangheta stragista» che si è svolto a Reggio Calabria.

Collocare Giovanni Aiello, quel 7 ottobre 1986 a Palermo, vuol dire collocare sulla scena dell’omicidio un uomo che ha rappresentato una parte deviata dello Stato. Si arruolò in Polizia nell’estate del 1964. Faceva parte di quel gruppo composto da 320 giovanissimi poliziotti ben piantati, selezionati come forza di supporto per il golpe del generale Giovanni De Lorenzo. Era la famosa estate del “rumore di sciabole” contro il primo governo di centrosinistra, quella del “Piano Solo“. Nel 1966 poi, durante un conflitto a fuoco con i sequestratori della banda di Graziano Mesina, il suo volto rimase sfregiato. Fu trasferito a Cosenza prima e a Palermo poi. Fu mandato al Commissariato Duomo, all’anti-rapine della Squadra Mobile, sezione Catturandi. In quel periodo, all’investigativa c’erano Vittorio Vasquez e Vincenzo Speranza. Il capo della Mobile era Bruno Contrada, che poi diventò il numero 3 dei servizi segreti. C’era anche Giorgio Boris Giuliano, in quella Squadra Mobile e proprio il nome di Giuliano, nelle diverse interviste che gli sono state fatte, è un nome che esplicitamente Aiello non fa mai, lo indica come “quello che è morto”.

Lui invece, Aiello, è morto nell’agosto del 2017, a seguito, pare, di un infarto che lo colse mentre riportava a riva la sua barca, sulla spiaggia ionica di Montauro, in provincia di Catanzaro. Secondo le dichiarazioni rese del collaboratore Giuseppe Di Giacomo, Aiello aveva frequentato il campo di addestramento paramilitare in Sardegna ed era membro della Gladio, l’organizzazione paramilitare appartenente alla rete internazionale Stay-behind che in Italia prese, appunto, il nome di Gladio. Era promossa dalla NATO, organizzata dalla Central Intelligence Agency e il suo compito era quello di contrastare una ipotetica invasione nell’Europa occidentale da parte dell’Unione Sovietica ed in particolare della ex Jugoslavia e dei Paesi aderenti al Patto di Varsavia, attraverso atti di sabotaggio, guerra psicologica e guerriglia dietro le linee nemiche, con la collaborazione dei servizi segreti e di altre strutture. L’esistenza di Gladio, sospettata fin dalle rivelazioni rese nel 1984 dall’ex membro del gruppo neofascista Ordine Nuovo Vincenzo Vinciguerra durante il suo processo, fu riconosciuta dal Presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti il 24 ottobre 1990, che parlò di una “struttura d’informazione, risposta e salvaguardia“. Francesco Cossiga, che ebbe, durante il periodo in cui era sottosegretario alla difesa, la delega alla sovrintendenza di Gladio e che spesso è stato indicato come uno dei fondatori, affermò nel 2008 che “i padri di Gladio sono stati Aldo Moro, Paolo Emilio Taviani, Gaetano Martino e i generali Musco e De Lorenzo, capi del Sifar”. L’organizzazione Gladio è stata messa, più volte, in relazione con la P2, la loggia della massoneria deviata con finalità eversive. Nonostante fossero i confini nord-orientali della penisola quelli da difendere, anche in Sicilia fu costituita una base che faceva riferimento all’organizzazione Gladio. Si trattava, o forse ancora si tratta, del “Centro Scorpione”, un centro d’addestramento speciale sito a Trapani e che utilizzava il campo volo di Trapani Milo. Fu lì che il giornalista Mauro Rostagno filmò il caricamento di casse di armi per la Somalia su un aereo militare. Mauro Rostagno fu ucciso il 26 settembre 1988.

Quel 7 ottobre 1986 fu ucciso Claudio Domino, un bambino di 11 anni. Verità e giustizia non abitano qua e ancora oggi sono un lusso che la famiglia Domino non si può concedere.

(Ro.G.)