In ricordo di Giorgio Ambrosoli, ucciso dal potere politico-masso-mafioso l’11 luglio 1979

Ai funerali di Giorgio Ambrosoli non fu presente lo Stato che, dopo averlo esposto, senza scorta e senza tutela alcuna, alla vendetta mafiosa, non riconobbe il suo ruolo

Siamo a Milano, è l’11 luglio 1979. Era stata una serata “leggera”. Dopo tre giorni chiuso nel suo studio, Giorgio Ambrosoli aveva trascorso una serata “normale”. C’era un incontro di boxe, in televisione, e alcuni conoscenti. Ne aveva accompagnati tre nei rispettivi alberghi ed era appena rientrato a casa, in via Morozzo della Rocca. Posteggia la sua Alfa Romeo Alfetta a pochi metri dalla rampa dei garage. Sono le 23:45. Nell’ombra ci sono tre uomini. Uno si avvicina e lo chiama per nome. Giorgio Ambrosoli si volta e l’uomo estrae una 357 Magnum ed esplode quattro colpi, poi la fuga. Giorgio Ambrosoli rimane riverso nel suo sangue sino all’arrivo dell’ambulanza. Muore durante il tragitto. Chi è Giorgio Ambrosoli e chi l’ha ucciso?

Milanese, classe 1933, Giorgio Ambrosoli si laurea in giurisprudenza nel 1958 e inizia la sua attività professionale nello studio dell’avvocato Cetti Serbelloni. Nel 1962 si sposa con Anna Lori, dalla quale avrà tre figli, Francesca, Filippo e Umberto. Nel 1974, il Governatore della Banca d’Italia Guido Carli lo nomina liquidatore della BPI, la “Banca Privata Italiana” di proprietà di Michele Sindona che si stava avviando verso il fallimento. Il suo compito è quello di esaminarne la situazione economica e, soprattutto, determinare l’intreccio di interessi in essere tra politica, finanza, massoneria e mafia siciliana. Durante tutto il suo lavoro, Ambrosoli fu oggetto di pressioni e di tentativi di corruzione. Un suo parere positivo sulla buona fede di Michele Sindona, relativamente agli allegri investimenti che la BPI aveva compiuto, avrebbe permesso il salvataggio della banca stessa da parte dello Stato e avrebbe evitato ogni coinvolgimento penale e civile dello stesso Sindona. Durante le sue indagini emersero i rapporti tra la BPI e la Franklin National Bank che fecero entrare nelle indagini anche la F.B.I. oltre alla magistratura italiana. In quegli anni Sindona aveva infatti inserito nelle sue società finanziarie gli investimenti del mafioso americano John Gambino: attraverso Sindona e Gambino, i boss Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo e Rosario Spatola investivano il loro denaro illecito in società finanziarie, per ripulirlo. Il 12 luglio del 1979 Ambrosoli avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale per confermare la sua analisi sulla situazione della banca.

Il killer di Ambrosoli partì dagli Stati Uniti. Si chiamava William Joseph Aricò. Impugnava una 357 Magnum che aveva portato dagli Stati uniti. L’aveva acquistata da Henry Hill, non ancora pentito, durante un suo soggiorno nel penitenziario di Lewisburg. Fu messo in contatto con Sindona da Robert Venetucci, mafioso americano. Dalla sua terra d’origine, la Sicilia, Sindona reclutò, per accompagnare Aricò nella sua permanenza a Milano, Giacomo Vitale, massone, uomo d’onore e cognato del boss Stefano Bontade. Fu lo stesso Vitale a fare le telefonate anonime che, negli ultimi mesi della sua vita, volevano convincere Ambrosoli ad assumere un atteggiamento conciliante. E fu sempre la voce di Vitale che lo minacciò a morte. Michele Sindona e Robert Venetucci furono processati nel 1986 e condannati all’ergastolo per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli. Sconosciuti i mandanti ma, più volte, è stata accreditata l’ipotesi di un coinvolgimento dell’allora onorevole Giulio Andreotti. Sindona morì due giorni dopo la condanna per avvelenamento da cianuro di potassio: la sua morte è stata considerata un suicidio. Ai funerali di Giorgio Ambrosoli non fu presente lo Stato che, dopo averlo esposto, senza scorta e senza tutela alcuna, alla vendetta mafiosa, non riconobbe il suo ruolo. Solo nel 1999, dopo vent’anni il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, gli concesse la Medaglia d’oro al valor civile.

“Commissario liquidatore di un istituto di credito, benché fosse oggetto di pressioni e minacce, assolveva all’incarico affidatogli con inflessibile rigore e costante impegno. Si espose, perciò, a sempre più gravi intimidazioni, tanto da essere barbaramente assassinato prima di poter concludere il suo mandato. Splendido esempio di altissimo senso del dovere e assoluta integrità morale, spinti sino all’estremo sacrificio”

12 luglio 1999

Roberto Greco per referencepost.it