In ricordo di Antonio Carlo Cordopatri, ucciso dalla ‘ndrangheta il 10 luglio 1991

È il 10 luglio 1991. Siamo a Reggio Calabria, in via D’Annunzio. Antonio Carlo Cordopatri è a bordo della sua auto e sta aspettando Teresa, la sorella. Assieme andranno alla Novena del Carmine. Un uomo, Salvatore La Rosa, si mette davanti all’auto di Cordopatri e la blocca. Estrae la pistola e spara verso Cordopatri. Teresa, la sorella, sta chiudendo il portone e si gira di scatto. Si scaglia contro il killer, nel tentativo di fermare la pioggia di fuoco che stava investendo il fratello. Il La Rosa si dà alla fuga mentre Teresa Cordopatri gli corre dietro. Verrà arrestato qualche centinaia di metri più avanti. Aveva ancora in mano la pistola calda. Al suo ritorno nel luogo della sparatoria, un carabiniere gli si avvicinò, riconoscendola. Nei suoi occhi capì che per il fratello non c’era più niente da fare. Ma chi era Antonio Carlo Cordopatri e perché Salvatore La Rosa lo ha ucciso?

Antonio Carlo Cordopatri era il rampollo di una dinastia nobile di Calabria. Un baronia che si estendeva nella Piana di Gioia Tauro, nella zona di Oppido Mamertina, luogo in cui, il barone Cardopatri era nato. La vastità dei terreni che la sua famiglia possedeva aveva fatto gola alla mafia che, si sa, va dove c’è il denaro, non la miseria. Inoltre, la dimensione dei terreni dei Cordpatri coltivati a ulivi, avrebbe permesso alla famiglia Mammoliti, capi dell’omonima ‘ndrina, di accedere a ingenti finanziamenti comunitari per la produzione di olio di oliva. Nel luglio 1972 Antonio Cordopatri subì un attentato sulla strada che porta alle terre di Castellace. Ne è uscì illeso ma, da quel momento, non ha più avuto accesso alla sua proprietà. In un secondo attentato, nel 1990, un killer sparò più colpi di pistola contro Antonio e la sorella Teresa. Pur non avendo mai ceduto la proprietà, i Cordopatri erano stati privati dei terreni attraverso un prestanome della ‘ndrina Mammoliti, che aveva preso in fitto i terreni, per godere dei frutti del raccolto e dei contributi economici alla produzione. Le varie denunce erano state regolarmente sottovalutate o non prese in debita considerazione. Fino a quel 10 luglio 1991. Da quel giorno, la sorella Teresa, si impegnò in prima persona contro la famiglia Mammoliti, testimoniando al processo e conducendo, spesso da sola, la sua lunga battaglia per ottenere verità e giustizia. Salì sul banco dei testimoni e, a testa alta, puntò il suo dito. Il quotidiano francese “Le Figaro” la definì “baronne courage”. Per l’omicidio del barone Antonio Carlo Cordopatri sono stati condannati, in via definitiva, Salvatore La Rosa come esecutore materiale e Francesco Mammoliti come mandante. Non fu possibile condannare invece Saverio Mammoliti, importante capobastone della ‘ndrangheta e certamente coinvolto nella decisione presa dalla ‘ndrina che gli faceva riferimento.

Roberto Greco per referencepost.it