La strage di Ciaculli, 30 giugno 1963

I due carabinieri si avvicinano. Malausa gira intorno all’auto e si dirige verso il cofano posteriore. Preme il pulsante di apertura e alza il cofano. In quel momento una fragorosa esplosione distrugge l’auto e le persone ad essa vicine

È il 30 giugno 1963. Sono le 14:30. Siamo all’interno della stazione dei Carabinieri di Roccella, località in provincia di Palermo. L’appuntato sta posando, con aria distratta, un biglietto con un messaggio sulla scrivania dele tenente Malausa. ”La solita telefonata, signor tenente…”. Malausa prende il biglietto e lo legge. “Forse questa volta no, appuntato. Forse questa volta no. Lo sai chi ci abita a Villa Serena? Totò Greco ci abita e quindi quello che succede a Villa Serena non è la solita telefonata” si ferma un attimo “E poi con quello che è successo poche ore fa”. L’appuntato si mette sull’attenti, quasi a scusarsi. Malausa lo guarda “Chi c’è di servizio? Falli andare subito a piantonare l’auto e mi raccomando che nessuno la tocchi e che nemmeno si avvicini, chiaro?”. L’appuntato scatta sui tacchi ed usce dall’ufficio mentre Malausa prende il telefono. Compone un numero. “Passami il comando provinciale”. Malausa esce dal suo ufficio. Ha indossato cinturone e ha il cappello in mano. Si avvicina alla scrivania del piantone. “Avvisa la Questura, digli abbiamo già richiesto l’intervento degli artificieri del Corpo d’Armata e che li aspetto là”. Malausa si mette il cappello, fa un cenno al maresciallo Vaccaro che lo segue ed esce dalla stazione.

Siamo in viale Villa Serena, nella borgata di Ciaculli. L’Alfa Romeo Giulietta 1300 segnalata dalla telefonata anonima è parcheggiata lungo il viale. A una cinquantina di metri c’è l’auto dei Carabinieri già arrivata sul posto e un’altra auto, una Fiat 1100. L’auto con Malausa si ferma di fianco alle altre auto e i due occupanti scendono e raggiungono altri tre uomini. Si tratta di due carabinieri, Fardelli e Altomare, e del maresciallo Corrao della PS che sono ad una decina di metri dalla Giulietta. Malausa stringe la mano a Corrao e saluta militarmente i due carabinieri. La stessa cosa fa il maresciallo Vaccaro. Malausa si guarda attorno.”Gli artificieri? Stanno arrivando? Ilcarabiniere fardelli guarda il tenente”Sono per strada. li ho sentiti via radio pochi minuti prima che lei arrivasse”. “Bene” dice Malausa. Il maresciallo Corrao si è avvicinato all’auto e sta guardando dentro attraverso uno dei finestrini posteriori. “Vede la bombola, tenente – indicando l’interno della Giulietta – e quel pacchetto di carta da cui esce quella cordicella”. “Sembra una miccia” Il maresciallo guarda Malausa ”Una miccia che non ha bruciato, direi – indicando la bombola – e sarebbe stato un bel botto”. Un’auto dell’esercito italiano si è aggiunta alle tre auto ferme lungo il viale. Due uomini in borghese stanno salutando quelli che si trovano già sul posto. Sono i due artificieri, Nuccio e Ciacci. Si avvicinano all’auto seguiti da Malausa e da Corrao. Dopo una rapida occhiata al suo interno Ciacci apre la sua valigetta e comincia a disporre sul cofano anteriore dell’auto i suoi attrezzi. “Deve essersi spenta per qualche motivo.Sarà una cosa di un paio di minuti. Nel pacchetto dovrebbe esserci dell’esplosivo che doveva essere innescato dalla miccia per poi far esplodere la bombola, ma oramai è inerte”. Ciacci ha finito la sua ispezione e si guarda attorno. Vede che anche i due carabinieri, Fardelli e Altomare, oltre a Vaccaro, Malausa e Corrao sono a pochi passi da lui. Li guarda “E comunque allontanatevi un pò. E assicuratevi che non arrivi nessuno”. Malausa arretra allargando le braccia, facendo così allontanare il gruppo di uomini dall’auto. Ciacci mette mano, con delicatezza, alla maniglia dello sportello posteriore. Si apre. Con movimenti sicuri stacca il piccolo involto e lo passa alle mani delicate di Nuccio che lo sta assistendo nell’operazione. Nuccio prende l’involto e lo apre con delicatezza. “è tritolo. Non c’è più nessun Pericolo”. Gli uomini si riavvicinano all’auto mentre Ciacci sta cercando di estrarre dall’auto la bombola. “è troppo grande” Ciacci si volta e chiede aiuto con lo sguardo “qualcuno mi da una mano?”. I due carabinieri si avvicinano. Malausa gira intorno all’auto e si dirige verso il cofano posteriore. Preme il pulsante di apertura e alza il cofano. In quel momento una fragorosa esplosione distrugge l’auto e le persone ad essa vicine.

Nell’esplosione morirono il tenente dei carabinieri Mario Malausa, il maresciallo di P.S. Silvio Corrao, il maresciallo dei CC Calogero Vaccaro, gli appuntati Eugenio Altomare e Marino Fardelli, il maresciallo dell’esercito Pasquale Nuccio e il soldato Giorgio Ciacci.

Le indagini dell’epoca ipotizzarono un mancato attentato preparato dai mafiosi Pietro Torretta, Michele Cavataio, Tommaso Buscetta e Gerlando Alberti, attentato organizzato contro Salvatore Greco, boss di Ciaculli, e il suo sodale Giovanni Di Peri. Torretta e Buscetta, che nel frattempo si rese latitante, vennero rinviati a giudizio per le autobombe di Villabate e Ciaculli ma, nel processo di Catanzaro contro i protagonisti della prima guerra di mafia, vennero assolti per insufficienza di prove. Nel 1984 Tommaso Buscetta, divenuto un collaboratore di giustizia, si discolperà e dichiarerà che Michele Cavataio era l’unico responsabile delle autobombe di Villabate e Ciaculli.

Quella sera, davanti alla notizia riportata dal telegiornale, il dottor Giorgio Boris Giuliano, che in quel momento viveva e lavorava a Milano, maturò la sua decisione di chiedere il trasferimento alla Squadra Mobile di Palermo. Quando entrò, per la prima volta, all’interno della Squadra Mobile palermitana, non immaginava che da quel momento, per tutta la città, sarebbe diventato Boris, Boris Giuliano e che a Palermo, avrebbe trovato la morte, per mano di Leoluca Bagarella, il 21 luglio 1979.

Roberto Greco per referencepost.it