In ricordo di Mario Amato, ucciso dai NAR il 23 giugno 1980

Mario Amato è stato il decimo magistrato ucciso in quattro anni in Italia per opera del terrorismo

Siamo a Roma. È il 23 giugno 1980 quando, verso le 7:55, Mario Amato esce da casa per dirigersi verso Piazzale Clodio. Percorre via Monte Rocchetta e svolta per viale Ionio, per raggiungere la fermata dell’autobus della linea 395. Un uomo, alto, viso scoperto, capelli bruni e abiti chiari, appare alle sue spalle. Estrae una Colt Cobra calibro 38 ed esplode un colpo diretto alla nuca di Amato. Poi spara due colpi in aria. Sono le 8:05. Mario Amato rimane a terra mentre il suo aggressore raggiunge un suo sodale che lo sta attendendo su una motocicletta, una Honda 400. A ventiquattro ore dall’assassinio giunge la telefonata di rivendicazione: “Siamo i NAR, abbiamo ucciso noi il giudice Amato. Troverete un volantino nella cabina telefonica di via Carlo Felice“. Si tratta del celebre documento Chiarimenti, summa dello spontaneismo armato nero. Recita: “Abbiamo eseguito la sentenza di morte emanata contro il sostituto procuratore dottor Amato, per la cui mano passavano tutti i processi a carico dei camerati. Oggi egli ha chiuso la sua squallida esistenza imbottito di piombo. Altri la pagheranno”.

Mario Amato è stato il decimo magistrato ucciso in quattro anni in Italia per opera del terrorismo, ma Amato, sposato, due figli piccoli, Sergio e Cristina, pur occupandosi di indagini che già avevano portato alla morte altri suoi colleghi, non ha un uomo di scorta, un’auto blindata. Nulla. Quella mattina, la sua vecchia Simca grigia è dal meccanico, perciò decide di andare in tribunale in autobus. Oberato da 600 fascicoli non ha nemmeno avuto il tempo di andare a farsi aggiustare la scarpa bucata: l’immagine, scattata sul luogo dell’esecuzione, diventerà un simbolo.

Mario Amato, dal 30 giugno 1977, è Sostituto Procuratore della Repubblica di Roma. Il suo killer è Gilberto Cavallini e il suo sodale, alla guida della motocicletta, è Luigi Ciavardini. Entrambi sono esponenti di punta del NAR, i Nuclei Armati Rivoluzionari, gruppo terroristico di estrema destra fondato verso la fine del 1988 da Giusva e Cristiano fratelli Fioravanti, Francesca Mambro, Dario Pedretti, Luigi Aronica e Alessandro Alibrandi. Quest’ultimo è il figlio di Antonio Alibrandi, collega di Mario Amato e primo detrattore e diffamatore dell’onesto magistrato. Le indagini che conduceva Amato, gli permisero di ricostruire le connessioni tra destra eversiva e la Banda della Magliana, che già vantava collaborazioni regolari con Pippo Calò, ambasciatore di Cosa Nostra a Roma. Inoltre intuì i legami con sottobosco finanziario, economico e potere pubblico. Aveva, inoltre, identificato al struttura dei NAR, organizzati in maniera non dissimile da come erano organizzate le Brigate Rosse. Amato fu tra i pochi, dopo il giudice Vittorio Occorsio, anche lui ucciso dall’eversione di destra il 10 luglio 1976, a tentare una lettura globale del terrorismo nero. “Attraverso i parziali successi delle indagini su singoli episodi terroristici – dichiarò Amato davanti al Consiglio Superiore della Magistratura il 13 giugno 1980, solo dieci giorni prima di essere ucciso – sto arrivando alla visione di una verità d’assieme, coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori materiali degli atti criminosi”.

Mario Amato era nato a Palermo il 24 novembre del 1937. Dal 1971 al 1977, ricopre il ruolo di Sostituto Procuratore in Rovereto. I suoi hobbies sono la montagna e lo sci. Nel lavoro si occupa di morti bianche, rapine e
microcriminalità. Nel giugno del 1977 è trasferito alla Procura di Roma. In meno di tre anni il suo ruolo cambia profondamente. Il Procuratore capo, Giovanni de Matteo, gli affida l’incarico di riprendere le indagini avviate dal magistrato Vittorio Occorsio. Troverà la morte sul marciapiede di viale Jonio, alla fermata della linea 395, vittima di un’esecuzione dei NAR.

Roberto Greco per referencepost.it