21 giugno 1989, il giorno dell’attentato dell’Addaura

L’ordigno sarà disinnescato dal maresciallo dei Carabinieri Francesco Tumino, in qualità di artificiere che, oltre a distruggere una delle parti più importanti per le investigazioni, fece sparire il timer

Siamo a Palermo. È il 21 giugno 1989. L’Addaura è un borgo marinaro di Palermo. Si trova a sud-est della spiaggia di Mondello, situata sul lungomare che da Mondello raggiunge la città aggirando il Monte Pellegrino. Qui, ha affittato “casa al mare” il dottor Giovanni Falcone. Tra il verde della folta vegetazione e il mare, l’Addaura è un piccolo angolo di pace. Quel giorno, il dottor Falcone ha due ospiti. Si tratta dei due giudici svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehmann. Argomento del loro incontro è il riciclaggio legato alla “Pizza Connection”, un’indagine precedente in cui la magistratura di Palermo aveva lavorato in concerto con l’FBI. Le indagini sono incentrate sulla figura di Oliviero Tognoli, il riciclatore che, per primo, aveva confermato al dottor Falcone l’implicazione di Bruno Contrada, alto funzionario del SISDE, in seguito condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e che oggi ha scontato la sua pena ed è un uomo libero, nel rapporto tra apparati dello Stato e Cosa Nostra. Gli uomini della scorta, durante la periodica perlustrazione “del territorio”, individuano un borsone da sub abbandonato. Scatta l’allarme. Il borsone contiene 58 cartucce di Brixia 5, una combinazione di esplosivi costituita dal Semtex H e da candelotti di dinamite pulverulenta nitroglicerinata. Esplosivo tipicamente usato per le estrazioni, fu anche lo stesso esplosivo utilizzato per la strage al Rapido 904 e, oltre che per l’attentato dell’Addaura, sarà utilizzato per la strage di via d’Amelio.

L’ordigno sarà disinnescato dal maresciallo dei Carabinieri Francesco Tumino, in qualità di artificiere che, oltre a distruggere una delle parti più importanti per le investigazioni, fece sparire il timer. È stato condannato nel 1993 per la distruzione delle prove, dopo aver incolpato altri colleghi della sparizione, non sapendo di una telecamera della villa che lo riprendeva mentre occultava l’oggetto.

A tutt’oggi, non è dato sapere se l’attentato fallì per coincidenze – il telecomando caduto in mare o un malfunzionamento del detonatore – oppure, come più probabile, per l’intervento di agenti della Polizia o dei Servizi – Emanuele Piazza e Nino Agostino – che disinnescarono la micidiale carica di Brixia B5. Così come non è stato possibile appurare con certezza quanti gruppi, e di che natura, operarono in quei giorni intorno alla villa, eccettuati gli uomini di Cosa Nostra. Chiara la matrice mafiosa per cui sono stati condannati Totò Riina, Nino Madonia e Salvatore Biondino. In quell’occasione il dottor Falcone fu accusato, a più livelli, di aver progettato e realizzato il suo mancato attentato. A tal proposito, il dottor Falcone, dimostrando ancora una volta la sua lungimiranza investigativa e la sua profonda conoscenza dei fatti, dichiarò: “Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”. Qualche settimana dopo, fu ucciso, a Villagrazia di Carini, l’agente della Polizia di Stato Antonino Agostino assieme alla moglie Ida Castelluccio, incinta di poche settimane. Il giorno del loro funerale, il dottor Falcone, che era presente assieme al dottor Borsellino, posò la mano sulla bara di Agostino e disse: “Io a questo ragazzo devo la vita“.

Roberto Greco per referencepost.it