Kyterion, definitivo l’ergastolo per i boss di Cutro

La Corte di Cassazione conferma le pesanti condanne comminate in Appello. Fine pena mai per il capo della “Provincia”, Nicolino Grande Aracri e per suo fratello Ernesto. Una condanna annullata. Sconfitta la cosca che comandava sulla Calabria mediana e settentrionale

Granitico, anche nell’ultimo grado di giudizio, l’impianto accusatorio nei confronti della cosca di Cutro comandata dalla famiglia Grande Aracri. La Corte di Cassazione ha confermato le pesanti condanne, già espresse dalla Corte d’Appello di Catanzaro, nei confronti degli imputati nel procedimento denominato “Kyterion” che in primo grado erano stati giudicati con rito abbreviato. Diventano definitivi gli ergastoli per il boss Nicolino Grande Aracri e per suo fratello Ernesto (accusati, tra le altre cose, di essere i mandanti dell’omicidio del boss Antonio Dragone). Trent’anni sono stati inflitti ad Angelo Greco, detto Lino (il “capo società” di San Mauro Marchesato accusato di avere eseguito l’agguato contro Dragone). Una condanna annullata, quella per Carmine Riillo, classe ’77, considerato partecipe al sodalizio e sotto la costante direttiva di Domenico Riillo. Le condanne risultano così comminate e confermate dalla Cassazione: Nicolino Grande Aracri, ergastolo; Ernesto Grande Aracri, ergastolo; Angelo Greco, 30 anni; Luigi Martino, 3 anni e 8 mesi e 1000 euro di multa; Dario Cristofaro, 6 anni; Pasquale Diletto, 6 anni e 8 mesi; Antonio Grande Aracri, 10 anni; Giovanni Abramo, 6 anni e 4 mesi; Francesco Aiello, 6 anni e 4 mesi; Pasquale Arena, 8 anni e 6 mesi; Giuseppe Celi, 8 anni; Alfonso Diletto, 6 anni e 4 mesi; Michele Diletto, 8 anni e 8 mesi; Salvatore Diletto, 8 anni e 4 mesi; Francesco Gentile, 8 anni e 6 mesi; Salvatore Gerace, 6 anni e 4 mesi; Francesco Lamanna, 6 anni e 4 mesi; Domenico Lazzarini, 6 anni e 4 mesi; Giuseppe Lequoque, 8 anni e 6 mesi; Antonio Maletta, 3 anni e 4 mesi; Francesco Mauro, 6 anni e 4 mesi; Matteo Mazzocca, 3 anni 4 mesi; Domenico Nicoscia, 8 anni e 6 mesi; Antonio Salerno, 6 anni e 4 mesi; Romolo Villirillo, 6 anni e 4 mesi; Benedetto Giovanni Stranieri, 4 anni.

L’indagine Kyterion, coordinata dalla Dda di Catanzaro – rappresentata in aula dal pm Domenico Guarascio sia in primo che secondo grado (applicato come sostituto procuratore generale) – ha messo in luce la vasta estensione della locale di Cutro che ha un’articolazione autonoma nella provincia di Catanzaro «con collegamenti e vincoli con altri gruppi autonomamente operanti nel territorio di Crotone, in Emilia Romagna e altri luoghi del Nord Italia, e diretta influenza, anche decisionale, sulle locali e/o ‘ndrine di ‘ndrangheta operanti nell’area geografica compresa tra Vibo Valentia e Crotone, fino alla provincia di Cosenza, attraverso la fascia ionica della provincia di Catanzaro». Associazione mafiosa, omicidio, estorsioni, usura, detenzione e porto illegale di armi i reati, a vario titolo, contestati agli imputati che, riuniti sotto l’egida dei Grande Aracri, si proponevano la gestione dei lavori sulla 106, sui parchi eolici o il controllo sui villaggi turistici, estendendo il proprio potere intimidatorio dal Crotonese fino a Vibo Valentia, con forte attecchimento nel territorio del capoluogo di regione. A partire dal 2010, i militari del Nucleo investigativo del Reparto operativo del comando provinciale di Crotone e gli omologhi del comando provinciale di Catanzaro, coordinati dalla Dda del capoluogo, hanno scandagliato minuziosamente attività ed eventi delittuosi commessi a partire proprio dal 2004 e perpetrati sino a tempi recenti. La recente indagine “Malapianta”, che ha portato all’arresto di 34 componenti della consorteria appartenente alla locale di San Leonardo di Cutro, ha posto l’accento sullo strapotere della “provincia” criminale di Cutro e sul ruolo egemone, incontrastato, esercitato dalla cosca Grande Aracri. «Fra il 2011 ed il 2012, viene costituita la cosiddetta “Provincia”, in quanto Cutro, e quindi Nicolino Grande Aracri, viene riconosciuto capo di tutta la Calabria mediana e settentrionale. Questo riconoscimento gli venne tributato in quanto aveva il gruppo di fuoco più forte e perché eravamo la famiglia più forte economicamente», racconta il collaboratore di giustizia Giuseppe Liperoti, sposato con una nipote di Grande Aracri. Una famiglia di ‘ndrangheta oggi definitivamente decapitata.

Fonte: a.truzzolillo@corrierecal.it