In ricordo di Antonio Montinaro, ucciso dal potere politico-mafioso il 23 maggio 1992

Montinaro viaggiava sulla prima delle tre Croma blindate. Al volante c’era Vito Schifani e, sul sedile posteriore, Rocco Dicillo. La loro auto fu quella investita con maggior violenza dalla deflagrazione e fu sbalzata decine di metri oltre il manto stradale

“Chiunque fa questo mestiere ha la possibilità di scegliere tra la paura e la vigliaccheria. La paura è una cosa che tutti abbiamo. Chi ha paura sogna, chi ha paura ama, chi ha paura piange… è un sentimento umano. È la vigliaccheria che non si capisce e non deve rientrare nell’ottica umana. Io, come tutti gli uomini, ho paura, indubbiamente. Ma non sono vigliacco. Nella mia posizione la paura è lasciare i bambini soli. Per l’uomo sposato la paura si gestisce in virtù della propria famiglia: si ha paura di lasciarli soli, si ha paura di non avere la capacità di morire per una ragione valida. Certamente in Italia si muore perché si è poliziotti, poi non so fino a che punto valga la pena. E l’abbiamo visto in molti casi: ci si dimentica quasi completamente delle famiglie dei poliziotti uccisi”. Questa è la trascrizione di un’intervista che Antonio rilasciò all’inizio del mese di maggio, poco prima della sua tragica morte. La sua voce è pacata, lenta. Di Antonio ricordiamo spesso i riccioli neri, il suo viso sorridente. Queste parole sono il suo testamento. Era nato a Calimera, in provincia di Lecce. Si era arruolato in Polizia nel 1981 ed era assegnato al servizio scorte nel ’91, dopo essere stato in forza per alcuni anni alla squadra mobile.

Montinaro viaggiava sulla prima delle tre Croma blindate. Al volante c’era Vito Schifani e, sul sedile posteriore, Rocco Dicillo. La loro auto fu quella investita con maggior violenza dalla deflagrazione e fu sbalzata decine di metri oltre il manto stradale. Antonio Montinaro lascia Tina, la moglie, oltre a due figli, Gaetano e Giovanni.

Roberto Greco per referencepost.it