Mafie al nord ed elezioni amministrative: ora tocca all’Emilia Romagna dimostrare di essere una società in grado di reagire

Il prossimo 26 maggio si terranno le elezioni amministrative in 235 comuni dell’Emilia Romagna, le prime elezioni dopo il terremoto provocato dal recente processo Aemilia

Le prossime elezioni Comunali, si terranno il 26 maggio in 235 comuni della regione Emilia-Romagna e il relativo turno di ballottaggio è previsto per il 9 giugno. In quei giorni si voterà in trentacinque comuni con popolazione superiore alla soglia dei 15.000 abitanti con il sistema elettorale maggioritario a doppio turno. Andranno al voto, per la prima volta, i tre nuovi comuni istituiti nel 2019 ossia Riva del Po (FE), Sorbolo Mezzani (PR) e Tresignana (FE). Particolarmente rilevanti, queste elezioni vedono 235 comuni al voto sui 328 dell’Emilia, pari al 71,6% dell’elettorato.

Molti dei Comuni chiamati al voto si sono visti coinvolti, a vario titolo ma anche in maniera indiretta essendo solo luogo di domicilio di alcuni condannati, nel processo “Aemilia” che ha dimostrato quanta e quale potenza avesse l’infiltrazione dell’ndrangheta in quel territorio. La sentenza ha dimostrato, infliggendo oltre 1200 anni di carcere, l’esistenza di una ‘ndrina fra Reggio e Mantova e delle relative reti d’interessi e malaffare che andavano oltre i centri nevralgici del potere ‘ndranghetista in Emilia Romagna. Quasi 150 imputati, 118 condanne. A quanto risulta dal dispositivo, letto in tribunale a Reggio Emilia, si tratta di 118 condanne in rito ordinario, la più alta a 21 anni e otto mesi, e di altre 24 in abbreviato per 325 anni, per reati commessi dal carcere durante il processo. Le sentenze hanno sostanzialmente ricalcato le richieste dei pm della Dda Beatrice Ronchi e Marco Mescolini. Al netto di alcune riduzioni di pena anche consistenti, compensate però da condanne più pesanti rispetto a quanto chiesto dall’accusa per altre posizioni, è quindi pienamente conclamata l’esistenza di una ‘ndrina attiva da anni in Emilia e nel mantovano con epicentro a Reggio Emilia, diretta emanazione della cosca Grande Aracri di Cutro, ma autonoma e indipendente da essa.

Ora, l’Emilia Romagna ha la possibilità di cominciare a ricostruirsi non attraverso gli slogan elettorali che contengono le parole “società sana” o “noi abbiamo gli anticorpi”. Come titola il dossier 2018 realizzato da La Banda, AdEst e il Gruppo dello Zucchericio, “Il cane non ha abbaiato” ma non solo. Purtroppo il cane, dopo non aver abbaiato, ha voluto assaggiare la polpetta che gli è stata offerta e, trovandola succulenta, si è spostato e ha fatto finta di niente. Così, è successo in quell’Emilia Romagna vittima d’infiltrazioni mafiose sin dai primi anni ’60 quando, complice anche l’istituto del Confino ma soprattutto la sete di denaro e potere delle organizzazioni mafiose, i boss svernavano al Nord. E intanto costruivano e tessevano nuovi business e nuove relazioni. Il loro denaro è entrato in una società liquida che cercava nuovi capitali per il proprio sviluppo. Centri artigianali prima e industriali poi. Nuove aziende. Nuovi imperi. Fiumi di denaro entrati in una società (in)consapevole e tutto questo mentre, al sud, le mafie esprimevano la loro ferocia con l’uso di pistole, mitragliatrici e tritolo. Notizie che rimbalzavano al nord attraverso i giornali e le televisioni ma ritenuto un problema della Sicilia, al massimo del sud Italia. La società civile esige oggi che questo voto sia veramente il primo passo per affrontare con lucidità gli errori del passato e ammetterli, evitando ulteriori interessi personali e “finta innocenza”.

Roberto Greco per referencepost.it