In ricordo di Salvatore Carnevale, ucciso dalla mafia il 16 maggio 1955

La madre, Francesca Serio, si recò sul luogo del delitto, dove il figlio Salvatore giaceva ancora immerso nel suo sangue. Francesca Serio fu la prima donna siciliana a denunciare apertamente i killers mafiosi di suo figlio, senza mezzi termini

Sciara è una piccola località in provincia di Palermo. Fondata da Filippo Notarbartolo Cipolla, si trova al centro di quello che fu, il feudo della baronessa Eleonora Cipolla. Lungo una delle strade sterrate che attraversava il feudo, quella mattina del 16 maggio 1955, Salvatore Carnevale sta camminando per raggiungere una cava di pietra in cui lavorava, quella gestita dall’impresa Lambertini. Attorno a lui, le terre dei Notarbartolo Cipolla, moderni feudatari. Stava attraversando contrata Cozze secche quando, all’improvviso, fu raggiunto da sei colpi di lupara. Appena la notizia della sua morte si diffuse, la madre, Francesca Serio, si recò sul luogo del delitto, dove il figlio Salvatore giaceva ancora immerso nel suo sangue. Dopo averlo abbracciato, alzò lo sguardo verso le poche persone che erano con lei e gridò: ”Me l’hanno ammazzato perché difendeva tutti i lavoratori, il figlio mio, il sangue mio! Gli assassini bisogna cercarli tra gli amici e i dipendenti della principessa Notarbartolo!”.

Salvatore Carnevale, classe 1925, era nato in provincia di Messina. Arrivò a Sciara da bambino, con la madre che si era separata dal padre di Salvatore. Dal 1951 iniziò la sua attività a favore dei contadini e, dopo aver fondato a Sciara la locale sezione del Partito Socialista Italiano e organizzato la Camera del Lavoro, raggiunse con la principessa Notarbartolo un accordo riguardo alla ripartizione dei prodotti agricoli. Fu arrestato dopo aver organizzato l’occupazione simbolica di contrada Giardinaccio, sempre di proprietà della principessa Cipolla. Il suo trasferimento in Toscana, fu fondamentale per percepire che il suo punto di arrivo non era utopico. Lì aveva visto e vissuto una cultura dei diritti dei lavoratori molto più forte di quanto non lo fosse in Sicilia. Al suo ritorno nell’isola, nel 1954, cerca di applicare ciò che aveva imparato nel suo periodo al nord. Iniziò a occuparsi della Lega dei lavoratori edili di Sciara, di cui divenne segretario. Il 13 maggio 1955 era riuscito ad ottenere il rispetto della giornata lavorativa di otto ore e il pagamento delle paghe arretrate. Poi, arrivò la mattina di quel 16 maggio.

Francesca Serio, la madre, fu la prima donna siciliana a denunciare apertamente i killers mafiosi di suo figlio, senza mezzi termini. Del suo omicidio furono accusati quattro dipendenti della principessa Notarbartolo Cipolla: l’amministratore del feudo Giorgio Panzeca, Antonio Mangiafridda, Luigi Tardibuono e il campiere della famiglia Notarbartolo, Giovanni Di Bella. Tutti e quattro erano organici alla famiglia mafiosa che controllava il territorio con il beneplacito dei Notarbartolo Cipolla. La parte civile del processo che, per legittima suspicione, si celebrò a Santa Maria Capua Vetere, fu rappresentata da Francesca Serio e dal giovane avvocato Sandro Pertini, che sarà presidente della Repubblica. Per contro, il collegio di difesa, vedeva tra le sue fila un altro futuro presidente della Repubblica, Giovanni Leone. Il 21 dicembre 1961 i quattro imputati furono condannati all’ergastolo ma, in Appello e in Cassazione, il verdetto finale li vide assolti per insufficienza di prove.

Salvatore Carnevale era nato a Galati Minervino, località della provincia di Messina, il 25 settembre 1925.

“Sciara, per qualcuno che non lo sa, è un piccolo paese in provincia di Palermo, dove ancora oggi regna e comanda la mafia. Quindi, Turiddu aveva i jurna cuntati / ma ‘ncuntrava la morti e ci ridia / Ca videva li frati cunnannati / sutta li pedi di la tirannia”. 

Cicciu Busacca e Ignazio Buttitta, “Lamentu ppi la morti di Turiddu Carnivali”, 1955

Roberto Greco per referencepost.it