Ricordo, memoria e identità

21 marzo 2019

Memoria e ricordo. Il mese di marzo è caratterizzato da un importante appuntamento. Il 21 si celebra la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Promossa dal MIUR in collaborazione con l’associazione Libera e rivolta anzitutto alle scuole di ogni ordine e grado, è caratterizzata da un avvenimento centrale che si svolge, ogni anno, in una città diversa. Quest’anno sarà la volta di Padova, ma l’evento si svolgerà contemporaneamente in tantissime altre piazze, scuole e luoghi di lavoro non solo in Italia ma anche oltre i confini nazionali.

Da quel lontano 21 marzo 1996, giorno in cui il dolore di una madre diventa evento di commemorazione pubblica, sono passate davanti ai nostri occhi immagini di piazze piene e non abbiamo potuto sottrarci dall’ascoltare la lettura del lungo elenco di vittime delle mafie che, come un’orazione civile accompagnata dal silenzio, è il punto nodale della Giornata. Un lungo elenco di nomi e cognomi viene declamato, e tra questi anche i più distratti potranno ricordarsi di una vita spezzata. Piazze piene di persone che vogliono sentirsi parte di ciò che sta succedendo e di partecipare a un’operazione di memoria attiva, praticando l’esercizio del ricordo.

La memoria non è passiva, non è un’istantanea del passato, ma costruisce e ricostruisce, seleziona, trasforma, aprendo quindi la continuità del futuro. Potremmo dire che la memoria è cassetto dello spirito in cui sono conservati i fatti più importanti dell’esistenza umana. Per questo non si può dire che la memoria sia ausiliaria al pensiero, soprattutto perché la sua capacità di conservare, far ricordare o far cadere nell’oblio i singoli ricordi, secondo schemi temporali non tradizionali, la rende una condizione umana e, come tale, mai perfetta. Ciò significa anche che senza memoria non si ha l’individuo che, se perde le sue capacità concettuali e cognitive, s’incammina sull’irreversibile strada della perdita d’identità.

In un’epoca come quella attuale di frantumazione dell’io e del noi, di ignote individualità, angustiata da una sorta di ipertrofia mnestica, si avverte come la preoccupazione che qualcosa stia sfuggendo, per cui si tenta in tutti i modi, di correre ai ripari, raccogliendo memorie per trasmettere eredità, cercando nel passato elementi d’identità e prospettive per il futuro. Ciò è testimoniato dal fatto che nessuna epoca è stata così volontariamente produttrice di archivi come la nostra, per la mania e il rispetto della traccia. Nella stessa misura in cui scompare la memoria tradizionale, ci sentiamo tenuti ad accumulare religiosamente vestigia, testimonianze, documenti, immagini, discorsi, segni visibili di ciò che è stato, come se questo dossier sempre più prolifero dovesse diventare prova per non si sa quale tribunale della storia.

Sul finire degli anni ’90, l’arte del commemorare non ha saputo armonizzarsi con una nozione adeguata del tempo. È come se si fosse dissociata dal suo scorrere, dai segmenti alla base del suo gravitare, dalle occasioni che esso forniva. Per questo, più la memoria era richiamata, più si desertificava fino a rasentare la sterilità. Più se ne lamentava l’assenza, più gli appelli risuonavano inutilmente. Ogni paese o città che ci circonda, ci presenta un paesaggio urbano che è caratterizzato da monumenti, targhe e steli commemorative di passate vicende. La memoria è il luogo forse più politico della storia ma, inevitabilmente, anche la sua camera oscura. Come ha rilevato Hannah Arendt, politologa, filosofa e storica tedesca, “Il rapporto che intratteniamo con la nostra memoria fonda il significato della storia: ogni evento sviluppa la propria efficacia soltanto nella memoria, nello spazio della memoria. Il significato che l’evento ha in sé si sviluppa, diventa efficace nella memoria e fonda la storia”. La memoria consente di mantenere un legame tra tempi del passato e tempi del futuro quali sono percepiti dal soggetto, e dà sostanza al presente, mentre ciò che è dimenticato o rimosso permette di percepire lo scarto tra il passato e il proprio presente. Ciò che ricordiamo non ha, in quanto tale, nessun indice temporale, soltanto ciò che è stato dimenticato porta l’indice del passato. L’oggetto della memoria è spesso legato a un passato lontano, che noi stessi non abbiamo vissuto, ad esempio prima e seconda guerra mondiale, fascismo e antifascismo, Resistenza e Liberazione dall’occupazione tedesca, deportazione, campi d’internamento e di sterminio, antisemitismo e Shoah, ma può anche essere relativo ad un passato prossimo e a un quasi-presente cioè alla storia dell’Italia repubblicana, alla trasformazione industriale e ai conflitti sociali, alla strategia della tensione, alle stragi terroristiche e di mafia, alle migrazioni e alle culture migranti, all’identità culturale, ai movimenti e alle occupazioni studentesche, alla globalizzazione ecc.

La memoria collettiva è dialetticamente contrapposta alla memoria individuale, e si può forse rappresentare come l’insieme di memorie che si comporrebbero e che, per un gruppo sociale, dà senso e spiega il presente in rapporto al passato e al futuro. La memoria collettiva è condivisa, trasmessa e costruita dal gruppo sociale. Secondo lo storico francese Pierre Nora, la memoria collettiva è “il ricordo, o l’insieme dei ricordi, più o meno consci, di un’esperienza vissuta o mitizzata da una collettività vivente della cui identità fa parte integrante il sentimento del passato”. Possiamo quindi dire che si tratta di un’elaborazione del ricordo che fonda l’identità socio-culturale.

La memoria collettiva si distingue dalla storia almeno per due aspetti. È una corrente di pensiero continua, di una continuità che non ha nulla di artificiale, poiché del passato non conserva altro se non ciò che ne è ancora vivo, o capace di vivere nella coscienza del gruppo. Per definizione non supera i limiti di questo gruppo. Quando un periodo smette di essere interessante per il periodo che segue, non è lo stesso gruppo che dimentica una parte del suo passato ma ci sono, in realtà, due gruppi che si succedono.

L’elemento centrale nella riflessione contemporanea sulla memoria è quello relativo al suo intrinseco dinamismo: la memoria che viene oggi elaborata dall’individuo e dalla società non è una memoria statica, fissata negli archivi e recuperabile come da un cassetto. Qui non siamo sul terreno delle discipline neurofisiologiche, ossia delle distinzioni tra memoria a breve, medio o lungo termine e delle funzioni delle diverse aree cerebrali, ma nell’area della riflessione filosofica che vede la memoria come un processo sociale, condiviso, plastico e dinamico.

La memoria attiva è un laboratorio e un processo continuo, di scavo archeologico tramite il ricordo e la sua fissazione in racconti e testimonianze orali o audiovisuali oppure in diari e memorie scritte, ma il concetto centrale è che si tratta di un’elaborazione continua. Questa caratteristica della memoria, di movimento continuo, emerge anche nelle ricostruzioni individuali che devono essere condivise e comporsi nella memoria del gruppo sociale. La pratica testimoniale si distingue da altre forme di scrittura poiché pretende che il passato sia condiviso, che quei ricordi entrino nel bagaglio collettivo del sapere e che di essi rimanga traccia come comunicazione del sentimento.

L’accento è posto sulla memoria come processo continuo, come attività individuale e sociale di elaborazione delle tracce del passato, e dunque come attività di ricordo e narrazione del proprio vissuto, delle fasi e delle esperienze della propria vita, che diviene storia orale, racconto registrato in forma di testimonianza, oppure memoria scritta, meno immediata, filtrata e sedimentata tramite revisioni, controlli e trascrizioni. La memoria dunque come lavoro intertestuale di ricostruzione e rielaborazione selettiva, non come deposito di ricordi che accumuliamo in modo automatico. Tramite la memoria si rielabora la propria identità sociale, in un momento storico in cui il concetto d’identità è mutato radicalmente divenendo complesso. Lo spazio geografico diventa multiculturale, e al contempo è variato il concetto stesso di testimonianza, di documento.

Ma quando i testimoni saranno scomparsi, a chi andrà il compito di tessere la memoria? Chi manterrà il contenuto delle memorie per le nuove generazioni? Quando i testimoni oculari saranno scomparsi, quando quelle voci non avranno più voce, ci ritroveremo con un archivio definito di storie, che racconteranno scenari e situazioni. Si tratterà allora di far lavorare quelle storie narrate come documenti. In quel momento avverrà, consapevolmente per noi, il passaggio irreversibile tra Novecento e attualità. Questo segna anche l’importanza della Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Memoria attiva, riappropriazione del ricordo e possibilità di intrecciarlo agli altri per creare un tessuto che ci rappresenti e ci appartenga.

Per non dimenticare, ora e sempre.

Roberto Greco per referencepost.it