In ricordo di Augusta Schiera Agostino

Augusta Schiera e Vincenzo Agostino

Non ha mai voluto che si parlasse di lei. Da quel terribile 5 agosto 1989, giorno in cui visse il più grande dei drammi che una madre si trova ad affrontare nella sua vita, quella di tenere tra le proprie braccia il figlio morto, lei voleva che si parlasse di Nino e Ida. Già, quel 5 agosto 1989.

Fino a quel momento, la famiglia Agostino era una famiglia normale e realizzata. Vincenzo, il capo famiglia, ha la sua attività. Al suo fianco c’è Augusta, compagna della sua vita e madre dei loro figli: Antonino, Flora e Nunzia. Nino è grande e ha già fatto le sue scelte. Il lungo viaggio in comune tra Vincenzo e Augusta inizia nel 1956. Si erano conosciuti sull’autobus della linea 3. Palermo si era da poco affacciata alla finestra del boom economico italiano e il lavoro sembrava non mancare. Lei, Augusta, è una giovane sarta mentre lui, Vincenzo è un muratore. È stata una questione di sguardi, lungo quel comune tragitto quotidiano. Poi, un giorno, persero quell’autobus. Rimase così il tempo per una passeggiata e si creò quel lungo e forte amore che ha caratterizzato la loro unione. Quando era piccola, Augusta visse per lungo tempo in collegio a Roma.

Durante l’estate, venivano portati nella sede estiva del collegio, che era ad Ischia. E fu proprio lì, nel 1949, che Luigi Zampa, girò il suo “Campane a martello”, un suo film minore, che appartiene a quel filone in cui il neorealismo dei soggetti, si stemperava in una rappresentazione edulcorata della realtà sociale. Protagonisti del film erano Gina Lollobrigida, Eduardo De Filippo e Yvonne Sanson. La piccola Augusta fu scelta durante il casting che fu fatto a Ischia e le assegnarono diverse piccole parti.

Foto pubblicate su concessione della “Biblioteca centrale della Regione siciliana – BCRS”

Quarant’anni dopo “Campane a martello”, Augusta non avrebbe mai pensato che avrebbero potuto suonare, così prematuramente, per suo figlio. Nino aveva coronato il suo sogno ed era entrato in Polizia. Dopo il corso e i primi incarichi, si trovava al Commissariato di San Lorenzo, un grosso e popoloso quartiere palermitano. Non solo, parallelamente al suo normale compito di poliziotto, collaborava con il SISDE – il Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica, un servizio segreto italiano – nella caccia ai latitanti. Si era sposato da poco, Nino. Aveva scelto come compagna della sua vita Giovanna Ida Castelluccio e aspettavano un bambino, o forse una bambina.

La sera del 4 agosto 1989, Nino prese la barca e la rete con un altro giovane amico e Vincenzo, il padre, con i quali era solito andare a pescare in mare aperto. Alle due di notte, rientrato nella casa in affitto sul litorale a Villagrazia di Carini, comunicò a Vincenzo che aveva chiesto un cambio di turno al commissariato per il giorno successivo. Flora, la sorella minore, la sera successiva, avrebbe voluto iniziare a festeggiare in discoteca il proprio diciottesimo compleanno, che ricorre il 6 agosto. Alle 14 del 5 agosto, Nino concluse il proprio turno di servizio. Era particolarmente felice perché doveva recarsi, con Ida, dal fotografo per ritirare l’album del matrimonio, inoltre avrebbero dato la notizia della dolce attesa a tutti i familiari. Da Altofonte, dove vivevano in affitto, Nino e Ida raggiunsero la casa a Villagrazia di Carini e li incontrarono la morte per mano di killers armati dal sistema politico-masso-mafioso.
Dopo il funerale, celebrato nella Chiesa di Sant’Eugenio, Vincenzo Agostino affidò le proprie sensazioni lucide al Corriere della sera. Parole che oggi leggiamo nell’analisi di Isaia Sales che, in Storia dell’Italia mafiosa/2015, scrive: «Una criminalità di tipo mafioso è tale se coloro che sono preposti alla repressione e al governo della cosa pubblica sono con essa in rapporti. Un mafioso è, dunque, tale se intreccia relazioni di ogni tipo con parte di coloro che dovrebbero reprimerlo, allontanarlo, giudicarlo».
Augusta, mano nella mano con Vincenzo, da quel giorno è rimasta in attesa di verità e giustizia per la morte del proprio figlio di sua moglie e di quel ”semino piantato, al quale non è stato concesso di crescere”, come lei stessa definiva la creatura che Ida portava in grembo.

E nel lungo viaggio in cui ha urlato, discretamente, con voce sempre calma e pacata, il dolore di una madre ha attraversato l’Italia intera e ed entrata nei cuori di tutti. Il 1989 appartiene, storicamente, a quella che viene definita come la stagione del discredito delle istituzioni, dell’indebolimento del pool antimafia, delle guerre intestine fra magistrati. Era così all’interno del Palazzo di Giustizia, lo era all’interno delle Istituzioni e lo era nell’aria della città. E nell’estate del 1989 c’è il fallito attentato all’Addaura, che avrebbe dovuto anticipare la strage di Capaci. È anche l’anno della delegittimazione delle lettere del Corvo che allarmò anche gli americani, così attenti e interessati al lavoro di Giovanni Falcone. È significativo che, ancora aggi, tra la documentazione declassificata dal Dipartimento di Stato statunitense non compaia la specifica informativa sull’attentato dell’Addaura. È l’anno di quei cinquantotto candelotti di esplosivo, rinvenuti il 21 giugno, nel tratto di scogliera tra la casa presa in affitto dal dottor Falcone e il mare. Quel giorno, all’Addaura, c’era anche il magistrato svizzero Carla Del Ponte, che stava indagando sul riciclaggio di denaro sporco. E fu proprio Giovanni Falcone che, al funerale di Antonino Agostino, al quale prese parte assieme a Paolo Borsellino, disse: ”Io, a quel ragazzo devo la vita”. Ma Augusta ha dovuto vivere una ben più lunga stagione dei veleni, quella che riguarda ancora oggi la morte del figlio. Prove distrutte, depistaggi, colpevoli che muoiono all’improvviso, documenti sottratti, menzogne: Augusta ha dovuto vivere tutto questo. Sosteneva che le coincidenze avessero un’anima.
Suo nipote sarebbe dovuto nascere nel settembre del 2001. Nino, questo è il nome che gli fu dato, nacque prematuro di un mese e mezzo, riuscendo a nascere il 5 agosto, a dodici anni esatti dall’assassinio di Antonino. Il 28 marzo di due anni fa, in occasione del compleanno del figlio, Augusta scrisse una lettera struggente: “Caro Nino, figlio mio, il 28 marzo del 1961 ti ho messo al mondo, la tua nascita venne ufficializzata il giorno successivo. Solo dopo 28 anni ti hanno brutalmente ucciso portandoti via da me. Domenica scorsa abbiamo festeggiato l’ottantesimo compleanno di tuo padre chiedendo di apparecchiare un posto anche per te. Ci sei mancato Nino, ti ricordo sempre mentre guardi il mare… Sei rimasto al mondo per un periodo troppo breve ma hai lasciato un’impronta indelebile. Buon compleanno Nino. La tua mamma e il tuo papà”. Se ne è andata il 28 febbraio e l’ha fatto tenendo la mano a Vincenzo, compagno della sua vita. Li ricordo, lungo corso Vittorio. Se socchiudo gli occhi, li rivedo assieme ancora una volta, la figura grande e possente di Vincenzo e quella minuta di Augusta. La ricordo il giorno dell’inaugurazione della biblioteca sociale dedicata alla memoria di Nino e Ida e della creatura mai nata. Il suo dolce sorriso e il suo sguardo triste, nel quale si specchiava la sua anima. Ciao Augusta.

In copertina Augusta Schiera e Vincenzo Agostino, foto pubblicata su concessione dell’autrice Valeria Siragusa.

Roberto Greco per Referencepost